Il senso di umanità non si può fermare per decreto, da Il Manifesto 5-1-2023

Il senso di umanità non si può fermare per decreto, da Il Manifesto 5-1-2023

Il Decreto Legge n.1/2023 recante: Disposizioni urgenti per la gestione dei flussi migratori, apre l’anno portando in sé il ricordo di una tragedia forse troppo velocemente dimenticata: quella dei morti di Lampedusa, che il divieto per le navi delle ONG impegnate in azioni di soccorso in mare di fermarsi a salvare vite lungo la rotta sembra rievocare nelle conseguenze potenziali. Da qui la consapevolezza che la posta in gioco è molto più alta del destino delle ONG, poiché lo spirito del Decreto va ricercato nella perenne opera, da parte delle destre europee e non solo, volta allo smantellamento delle Convenzioni internazionalmente accettate che permettono ancora di riconoscersi tutti all’interno della comunità umana. E qui, evidentemente, il corpo migrante, con tutti i suoi significati e significanti simbolici, diventa la massima espressione di una biopolitica che, come suo scopo ultimo, pretende di imporre proprio questa frattura all’interno del genere umano, esattamente come propone quella tra umanità e natura. Questa operazione si deve però ancora confrontare con i meccanismi di quel che resta delle democrazie formali, e dunque da ciò la necessità di cambiare le regole democratiche con gli appelli al presidenzialismo e quant’altro in nome dell’efficienza decisionale. E allora si parte da qualcosa di apparentemente periferico, distante dalla vita quotidiana del caro bollette e della mancanza di lavoro. Le Convenzioni che questo Decreto rimette in discussione sono note, prima fra tutte, lo ripetiamo, quella UNCLOS (Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare) che impone al comandate di una nave, quale che sia, il soccorso in mare. È allora chiaro, o lo dovrebbe essere, a chi ha ancora occhi per vedere l’orizzonte più vasto, che la catena delle Convenzioni internazionali, incluse quelle che concernono l’ambiente, i diritti del lavoro, gli standard minimi di salute e di istruzione, la parità di genere, e via enumerando, è forte quanto il più debole del suoi anelli, in questo caso non solo la violazione delle Convenzioni del soccorso in mare ma, di conseguenza, anche quella di protezione dell’infanzia. Immaginiamo allora per un momento una possibile applicazione di questo Decreto: vediamo un barcone di naufraghi in difficoltà e non ci fermio a soccorrerli, sapendo che andranno incontro a morte certa. Questi morti, che ci saranno, che ci sono già adesso, chi ha voluto la norma se li porterà sempre addosso, come una scimmia che a giorni non li farà respirare, che li priverà, a momenti, della capacità di provare piacere delle sue vittorie. Nel corso della propria vita, a quei morti dovranno rendere molti tributi e non solo a chi è stato rievocato perché non ha potuto assistere al trionfo elettorale. Ecco che allora, in questi casi, è bene ripeterlo, il gesto del salvataggio diviene politica, scelta compromissoria, alterità: il salvataggio non è mai a senso unico, ma è reciproco. Questo senso profondo di appartenere alla stessa vita, di essere in vita insieme è la radice di una solidarietà che non è pietosa ma empatica, segno di una politica di accoglienza verso altri se stessi e non di semplici corpi da parcheggiare in attesa che vadano altrove. In questi momenti, per chi si immedesima nel gesto del soccorso, la distanza tra esseri umani si annulla. Non esistono più il migrante ed il soccorritore, l’ordine simbolico e biopolitico viene annullato: si ricompone l’umanità divisa.

Vengono allora  in mente le parole eversive di Bertold Brecht: «Il disordine ha già salvato la vita a migliaia di individui. In guerra basta spesso la più piccola deviazione da un ordine per portare in salvo la pelle». In queste guerre all’umanità, senza confini né limiti temporali e geografici, per trovare nuove soluzioni occorre farsi carico del superamento della distinzione  tra chi salva e chi è salvato, dato che nascere da una o dall’altra è solo questione di fortuna e non di merito, e questo non ha nulla a che fare con i Diritti Umani.

Raffaele K. Salinari, Portavoce CINI (Coordinamento Italiano NGO Internazionali)