Possiamo sintetizzare la situazione dell’Unione Europea attraverso due canzoni relativamente recenti: una di Sting, History will teach us nothing, e l’altra Vengo anch’io, no tu no, di Jannacci. La prima riprende la nota sentenza di Hegel che appunto rifletteva sul fatto che i trascorsi storici non sembrano lasciare all’umanità, neanche a quella che li aveva direttamente vissuti, una memoria che informi le loro decisioni. L’altra epitomizza magistralmente, con una ironia che sconfina oramai nel sarcasmo, il ruolo dell’Unione Europea riguardo alle dinamiche del conflitto Russo-Ucraino. Riguardo ad Hegel il punto di partenza per una ipotetica riflessione politica sul ruolo dell’Unione Europea nel conflitto in atto dovrebbe perlomeno partire dalla guerra in Ex Jugoslavia. Anche allora, con una guerra in casa, l’Unione Europea non fu assolutamente capace né di prevenirlo, anzi, né tantomeno di gestirlo, delegando alla Nato e dunque in ultima istanza agli USA il cosiddetto processo di pace che, ancora oggi, fa covare sotto uno strato ben sottile di cenere il fuoco dei conflitti regionali. Anche allora si parlò di difesa europea, si fecero prove di costruzione della brigata congiunta franco tedesca (1989) nucleo dell’Eurocorp, tentativo di fatto abortito di creare un esercito europeo. La centralità della guerra in ex Jugoslavia nel processo di integrazione europea era stata ben colta da Mitterand con la sua celebre sentenza, peraltro profetica: L’Europa nasce o muore a Sarajevo. Bene, l’incapacità dei leaders comunitari di allora, tutti impegnati nel disfacimento dell’Unione Sovietica e nel far entrare gli “stati satelliti” dell’URSS nella Nato e poi, ma solo poi, nell’Unione Europea, rimise nelle mani statunitensi il pallino del conflitto. E dunque l’Europa comunitari è morta una prima volta a Sarajevo a cagione della subalternità culturale agli interessi USA. Dopo la caduta del Muro di Berlino, invece di operare per il cosiddetto deepening cioè per il consolidamento delle istituzioni comunitarie, si forzò l’entrata degli stati dell’Est (widening), sempre in chiave antirussa, poiché anche il papato spingeva non solo per le radici cristiane del Continente, ma affinché fosse smentita per sempre la profezia dei cosacchi che avrebbero abbeverato i cavalli in Piazza San Pietro. Ora, a fronte del conflitto Russo-Ucraino, invece di esercitare una forte pressione diplomatica per risolvere una disputa che, anche qui, è in gran parte generata da una, a dir poco, inappropriata espansione ad Est della Nato, i dirigenti europei, come sonnambuli, mesmerizzati dalla corsa agli armamenti come unico collante di una Unione in crisi profonda di identità, cercano un posto nel processo negoziale sentendosi, come ai tempi di Sarajevo, rispondere che mentre si gioca si possono intrufolare nel salotto buono, ma quando i grandi discutono di cose serie, è meglio che vadano in cortile con il pallone. Quello che sta accadendo ora era ampiamente prevedibile già all’inizio di un conflitto che mai avrebbe dovuto generarsi. Ma ancora più grave, ed è questo il pericolo della seconda morte dell’Unione Europea, è l’dea di una unità armata, la costruzione di un nemico storico irriducibile ai valori occidentali, la ricostruzione della Cortina di ferro. Delors, ultimo grande dirigente europeo, purtroppo seguito da minus senza una visione, nessuno escluso, aveva indirizzato l’asse europeo sulla cooperazione allo sviluppo con il continente africano, intuendo che la messa in comune di questo segmento qualificante ed eticamente elevato delle politiche estere avrebbe portato a una integrazione non solo dei due continenti, ma delle nazioni europee tra di loro. Le forze che hanno a cuore la democrazia, se si volessero ancora coerenti con la classica definizione di Bobbio: l’inclusione, dovrebbe cominciare a riflettere su di una radicale revisione delle loro politiche comunitarie, in primis per evitare una guerra mondiale, e poi per ridarsi un programma non dettato dagli interessi economici di chi tratta l’Europa come un utile idiota.
Raffaele K. Salinari


