«La vispa Teresa avea tra l’erbetta, al volo sorpresa gentil farfalletta, e tutta giuliva stringendola viva gridava a distesa: “L’ho presa! L’ho presa!”. A lei supplicando l’afflitta gridò: “Vivendo, volando che male ti fò? Tu sì mi fai male stringendomi l’ale! Deh, lasciami! Anch’io son figlia di Dio!”. Teresa pentita allenta le dita: “Va’, torna all’erbetta, gentil farfalletta”. Confusa, pentita, Teresa arrossì, dischiuse le dita e quella fuggì». Tutti conosciamo questa famosa poesia di Luigi Sailer, scritta nel 1850, ma forse non ne comprendiamo appieno il velato significato esoterico.
La farfalla gnostica
Cosa sta simbolicamente stringendo, infatti, la nostra Teresa, e cosa le dice la farfalla? La risposta è magistralmente dipinta su un quadro di Dosso Dossi del 1523, che si chiama Zeus pittore di farfalle. La tela, attualmente conservata presso il castello di Wawel a Cracovia, nasconde un rebus che gli ospiti del duca Alfonso I D’Este, l’originale committente del dipinto, potevano risolvere solo se adusi agli scritti sapienziali. Farfalla, infatti, in greco, è psyché, ψυχή- che significa anche anima, respiro, pneuma. Dio, nel Kόre Kόsmou, chiama Animazione – Psýchosis – l’energia, tratta dal proprio pneuma e mescolata al fuoco e ad altre misteriose sostanze, con cui genera appunto le anime.
«Egli stesso, desiderando che il mondo superiore non restasse più inerte, decise di riempirlo di spirito (pneuma) in modo che, sin nei dettagli, la creazione non risultasse immobile e inattiva; si fece artigiano di questo disegno e usò sostanze sacre per la realizzazione della sua opera. Dopo aver tratto da se stesso spirito (pneuma) sufficiente e averlo mescolato con sapienza al fuoco, lo amalgamò con alcune altre sostanze sconosciute; fuse in un tutto unico questi elementi, accompagnandosi con alcuni incantesimi segreti, agitò bene il miscuglio finché sulla sua superficie brillò e sorrise una sostanza più sottile, più pura e più diafana di quelle da cui proveniva: era trasparente e solo l’artefice la vedeva. E, giacché non si scioglieva, quando veniva sottoposta all’azione del fuoco, perché da lui proveniva, né si raffreddava, dopo essere stata portata a termine, perché traeva origine dallo spirito (pneuma), ma aveva una forma propria e particolare che traeva la propria costituzione tipica e peculiare dalla miscela di cui era formata, Dio la chiamò Animazione (Psýchosis), dal nome più propizio e dall’energia conseguente a quel nome. Da questa crosta rappresa Dio fece nascere le anime, moltissime ma nel numero necessario, regolando la loro fioritura da quel miscuglio secondo la propria volontà, con ordine e simmetria, con l’esperienza e la ragione necessaria» (Kόre Kόsmou, 14-16). Qui appare già chiaro come «la sostanza più sottile, più pura e più diafana di quelle da cui proveniva era trasparente e solo l’artefice la vedeva», richiami la polverina depositata sulle ali delle farfalle, e che consente loro di volare.
Il Kόre Kόsmou, la Pupilla (o Fanciulla) del Cosmo, è un trattato ermetico che è parte dei pensieri raccolti dall’erudito bizantino Stobeo (V sec.) il quale, nel suo Anthologium, riporta 40 discorsi di astrologia, alchimia, teologia; undici di essi sono estratti del Corpo Ermetico. Il Kόre Kόsmou, è attribuito al leggendario Ermete Trismegisto, Ermete il tre volte grande, ritratto nel famoso pavimento del Duomo di Siena recentemente restaurato. Questo testo costituisce la più nota ed autorevole espressione del sincretismo ermetico dei primi secoli dell’era cristiana, quando ancora i dogmi che hanno successivamente irrigidito il suo corpo dottrinale hanno finito per espellere le componenti gnostiche originarie. Il pensiero ermetico del testo è, essenzialmente, fondato sull’idea di processio, una processione di qualità e virtù dall’alto al basso e viceversa. Il Kόre Kόsmou si snoda in un racconto in cui Iside rivela al figlio Horus i misteri della nascita del cosmo e del destino delle anime.
Alfonso I d’Este, dunque, che volle il dipinto, non era solo uomo d’armi: approfondiva anche discipline umanistiche e forse praticava anche l’operatività alchemica, in cui lo scopo dell’alchimista è appunto quello di riprodurre, nel microcosmo del suo laboratorio, il processo di creazione del cosmo, indagando così i misteri della trasmutazione e del ricongiungimento dell’anima individuale al Principio eterno che l’ha generata. Nel Museo del Risorgimento a Bologna esiste un bassorilievo estremamente espressivo dal punto di vista simbolico: una giovane donna, la Sapienza, tiene sulle dita una farfalla, simbolo dell’anima. La figura è circondata da un ouroboro, il serpente che si morde la coda, ipostasi dell’infinito e dell’eternità.
Per gli gnostici cristiani, Sophia è un elemento centrale per la comprensione della cosmologia: è la componente femminile di Dio, e risiede in tutti gli uomini sotto forma di Scintilla Divina. Secondo questa scuola esoterica Cristo fu inviato sulla terra per accendere tale scintilla (pneuma o gnosi) che è nell’uomo, risvegliandolo dagli inganni del mondo materiale prodotto dal Demiurgo.
Sempre riguardo alla casa d’Este esiste un ritratto di donna, dipinto verso il 1440 dal Pisanello, forse Ginevra d’Este, sposa di Sigismondo Malatesta e assassinata in giovane età dallo stesso marito, innamorato di Isotta degli Atti, che la ritrae circondata da farfalle, anche qui simbolo della resurrezione dell’anima.
In Giove che dipinge farfalle ritroviamo tutte queste componenti attraverso la figura dei personaggi: Zeus come ipostasi del Principio creatore, Hermes come divinità che allude all’ermetismo per il suo nome stesso, ma anche come figura di psicopompo, cioè che porta le anime nella loro sede originaria, oltre che divinità dei transiti, cioè delle trasmutazioni, base essenziale della pratica alchemica. Ed infine la Virtù che come abbiamo visto, è la figura delle forze morali che consentono a ciascuno di ascendere alla pienezza dell’esistenza, ma anche della Natura Naturans, i cui misteri trasfusi nel mondo vanno indagati con umiltà e costanza, proprio perché è da questa pratica che nasce quella conoscenza che è la vera Pietra Filosofale. L’opera fissa così l’eternità del comando divino utilizzando i simboli di una cosmogonia gnostica, tra i quali la farfalla come ipostasi dell’anima è decisamente centrale. Ecco che, allora, è l’anima stessa che parla alla vispa, cioè alla sveglia-risvegliata, Teresa, non a caso ricordandole che lei è una creatura di Dio. Da qui il gesto illuminante ed illuminato di liberare l’anima dalla presa della materia che la appesantisce impedendole il volo libero e felice.
La Teresa di Trilussa
Nel 1917 Trilussa, da par suo, compone una sorta di prosecuzione della storia della vispa Teresa. ll poemetto si apre col testo originale de La Farfalletta, per poi proseguire col racconto, sempre in rima, del resto della vita della protagonista.
E così sappiamo che, giunta ai vent’anni, Teresa diventa una ragazza affascinante che, come usava all’inizio della belle epoque, cade tra le braccia di un pittore che la voleva come modella. Teresa scopre così il potere del suo sex appeal e diviene una sorta di escort di successo per uomini facoltosi. Il poeta ci dice che questa vita dura una quindicina d’anni «per circa tre lustri fu cara a parecchi».
Prossima ai cinquant’anni Teresa apre una tabaccheria, finendo per diventare una dipendente dalla polvere di tabacco. Ed eccola, anche se espressa con la consueta ironia di Trilussa, arrivare a chiudere il cerchio esistenziale identificativo che Teresa aveva aperto con la cattura della farfalla: ogni tanto, mentre sniffa, guardandosi le dita intrise di giallo, le ritorna alla mente il colore della polverina lasciata dalle ali della farfalletta, che le sembra ora, alla fine della vita, l’unico momento intensamente vissuto, a contatto con l’essenza eterna della sua stessa anima.
«Ma, spesso, fissando, con l’occhio smarrito, la polvere gialla che resta sul dito, le sembra il detrito di quella farfalla che un giorno ghermiva stringendola viva. Così, come allora, Teresa risente la voce innocente che prega ed implora: dhe lasciami andare, anch’io sono figlia di Dio».
Le farfalle di Corto Maltese
Un personaggio molto vicino ai significati esoterici della farfalla è certamente Corto Maltese. Il fascinoso marinaio con l’orecchio forato, nato dalle matite di Hugo Pratt, attraversa infatti tutti i momenti salienti della sua avventurosa vita circondato da farfalle. Dalle selve tropicali, passando per Venezia, sino alla Cina rivoluzionaria del Kuomintang, Corto viene accompagnato, a volte decisamente orientato, dalle farfalle che simboleggiano la sua anima vagabonda ma anche il profondo desiderio di conoscere ilo mistero della sua natura.
Ed infatti, la “prima donna” che incontriamo nella Ballata del mare salato, la sua prima avventura, quando ancora pirata era alle dipendenze del Monaco nei mari del sud, si chiama Pandora, come la protagonista del mito, ma anche come una nota farfalla che, per la varietà dei suoi colori, la ricorda: la Argynnis pandora. E curiosamente, ma non tanto, il mito esiodeo ci riporta, in qualche modo, alla poesia della Farfalletta: nel poema Le opere e i giorni, infatti, si narra come Zeus, furioso contro il titano Prometeo che aveva rubato il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, gli infliggesse un castigo atroce: incatenato sul Caucaso, avrebbe visto un’aquila divorargli il fegato, che sarebbe ricresciuto ogni notte per perpetuare il dolore; agli uomini, invece, inviò un dono ambiguo: una donna cui fu affidato il compito di portare con sé, nel mondo, infinite sofferenze rinchiuse in uno scrigno, ma anche di essere la madre di una nuova stirpe di umani e di celare per loro la speranza.
Zeus allora convoca il dio Efesto, Atena, Afrodite e altre divinità minori come le Ore, le Horai. Il re degli olimpici ordina al fabbro divino di bagnare un po’ di creta con acqua e di modellare una specie di manichino in forma di parthenos, di donna, o più precisamente di fanciulla in età da marito, non ancora sposata e che non ha avuto figli. Efesto inizia dunque a modellare la statua di una vergine affascinante; la giovane brilla come le stelle. Efesto posa sul suo capo un diadema da cui pende un velo da sposa. Il gioiello è ornato con un fregio dove sono rappresentate tutte gli animali che popolano il mondo. Sulla fronte della fanciulla scintilla così la loro forza e vitalità. Lei è dunque un thauma idesthai, una meraviglia a vedersi. Il modello, che è la prima donna e da cui ha avuto origine l’intera “razza delle donne”, si presenta così.
Pandora entra nella casa di Epimeteo, fratello di Promenteo, e diventa la prima sposa del mondo umano. Un giorno, mentre suo marito non è in casa, Zeus le sussurra all’orecchio di aprire la grande giara e di rimettere a posto il coperchio, subito, senza aspettare. Pandora obbedisce ed ecco che dal vaso dischiuso escono subitaneamente tutti i mali, che si avventano nefasti sul mondo: vecchiaia, gelosia, malattia, dolore, pazzia, vizio si abbattono così sull’umanità. Sul fondo del vaso rimane però la speranza, spes ultima dea dice anche il mito di Cadmo ed Armonia, che non fece in tempo ad allontanarsi perché il vaso, secondo l’ordine stesso di Zeus, viene chiuso nuovamente. Ecco che, per la legge dell’analogia inversa che governa il mondo del mito, la speranza rimane intrappolata nel fondo dello scrigno, sollievo e virtù dell’umanità che serve a superare tutti i mali, così come la farfallina-anima tra le dita di Teresa.
Ma è nella città più magica e fluttuante, ambigua, del mondo, che Corto ritrova la farfalla gnostica. Essa appare in diverse tavole del grande iniziato H.P., dopo che il figlio della Nina di Gibilterra, ha prima interrotto gli “architettonico lavori” di una Loggia libero muratoria e poi è stato presentato ad Ippazia, figlia di Teone, reincarnazione, a dire di questa, della famosa omologa neoplatonica nata ad Alessandri d’Egitto nel 355 d.C. L’incontro si apre, infatti, con il volto di Corto di fronte al disegno di una farfalla con nome di Aurelia, che Pratt stesso definisce gnostica nelle sue memorie: «Ricordo che nella Corte Sconta c’era una signora molto bella, sempre circondata da bambini e fanciulle che giocavano attorno a una farfalla gigante di vetri colorati. Era Aurelia, la farfalla gnostica. La gnosi rappresentando se stessa come fonte inesauribile di sapienza e offrendo, in mille riflessi di vari colori, quello che ognuno desidera…».
Un nugolo di farfalle segnerà anche l’addio del maltese a Shangai Lil l’eroina di Calle Sconta detta Arcana, come pure l’uscita dall’onirica avventura ermetica La rosa alchemica che, forse più di altre, esprime l’anima iniziatica sia dell’autore sia del suo personaggio, come sappiamo in gran parte autobiografico.
La farfalla di ferro
Forse epigoni di questa visione gnostica, furono i famosi Iron Butterfly noti sostanzialmente per un solo pezzo: In-A-Gadda-Davida. Infatti, uno dei grandi “misteri”, con molte virgolette, che circonda il brano è quello legato a significato del suo titolo. Il pezzo, che occupa tutto il lato B dell’album originario, con una durata di ben 17 minuti, ha una lunghezza monstre. Si tratta decisamente di una cavalcata psichedelica fatta dal riff oramai entrato nella storia del rock, tastiere e batterie che prendono ritmi tribali, che sembrano accompagnare l’ascoltatore in un intensissimo trip senza fine.
Sul significato di In-A-Gadda-Da-Vida la testimonianza di dell’autore Doug Ingle, ci dice che i versi raccontano semplicemente di un amore speciale tra un ragazzo e una ragazza che il musicista aveva pensato di esprimere con i versi “In The Garden Of Eden”, una celestiale visione nel Giardino dell’Eden che il cantante e tastierista degli Iron Butterfly, aveva colto a modo suo, attraverso, ci dice, la visione dei colori sulle ali della sua Farfalla di ferro. Paradossalmente, proprio la proiettiva fonetica del titolo affascinò il pubblico che decise di assumerla con un ipotetico mantra orientaleggiante, cosa molto in voga in quegli anni. Chi sa cosa ne avrebbe detto Lao-Tzu che sognò di essere una farfalla…ma questa è un’altra storia.
Raffaele K. Salinari
