Esoterismo del Sacro Cuore, da Alias 21-3-26

Esoterismo del Sacro Cuore, da Alias 21-3-26

«Era uno sguardo d’amore, la spada è nel cuore e ci resterà…»; così cantava Lucio Battisti, nel lontano 1970, richiamando nel testo un’immagine al centro di un vero a proprio campo simbolico che attinge i suoi molteplici, ma coerenti, significati in regioni profondissime dell’animo umano ed in ogni cultura passata e presente: stiamo parlando, evidentemente, del cuore trafitto.

Il Sacro Cuore
La prima immagine del cuore trafitto l’abbiamo incontrata probabilmente da bambini, nella stanza dei nonni o in qualche chiesa: è quella del Sacro Cuore di Gesù, in cui un Salvatore dai lunghi capelli biondi e dallo sguardo triste indicava a noi tutti il suo cuore, circondato da una corona di spine, trafitto dalla punta di una lancia e fiammeggiante con una croce sul vertice. Prima di analizzare questa complessa simbologia, che ha degli aspetti esoterici di non poco conto, vediamo di ripercorrere brevemente i tratti di un culto che è nato nel periodo medioevale.
La Chiesa cattolica gli rende un culto di adorazione (latria) intendendo così onorare l’intima natura umana, viscerale potremmo dire, del Cristo, attraverso l’ostensione dell’organo vitale per eccellenza, il cuore appunto. Non è cosa da poco se pensiamo alle tante eresie che sono nate intorno alla natura del Cristo storico.
Pensiamo, tanto per fare un esempio, al docetismo, una dottrina secondo la quale la forma umana di Gesù sarebbe stata apparente, fatta di sostanza eterea, priva di corpo fisico. Il suo nome deriva dal verbo greco dokéin, che significa apparire, e trovò nello gnostico Basilide un suo grande sostenitore. Lo scontro teologico contro gli gnostici si è protratto per tutti i primi secoli del cristianesimo, con scomuniche ed accuse di eresia che hanno causato molti roghi. L’affermazione della natura al tempo stesso umana e divina del Cristo, infatti, è tra i dogmi fondanti della chiesa, soprattutto in relazione alla resurrezione dei corpi. Come la maggioranza delle Chiese cristiane, la Chiesa cattolica afferma così il mistero della Santissima Trinità, di cui Gesù è la seconda divina persona. Parte integrante di questo dogma è la dottrina diofisita, che riconosce appunto Gesù come vero Dio e vero uomo.
A proposito di queste cose condividiamo l’opinione di Borges: «Una delle abitudini della mente è l’invenzione di orribili fantasie. Ha inventato l’Inferno, ha inventato la predestinazione all’Inferno, ha immaginato idee platoniche, la chimera, la sfinge, numeri transfiniti anormali (dove la parte non è meno copiosa del tutto), maschere, specchi, opere, la Trinità teratologica: il Padre, il Figlio e lo Spettro insolubile, articolati in un unico organismo…»
Per questo gli gnostici combattevano quello che essi consideravano lo «scandalo della crocifissione» affermando il concetto che il Cristo non avesse sofferto sulla croce, perché sostituito da altri, o perché l’intero episodio era stato soltanto un’illusione. Anche alcuni miracoli venivano spiegati in questo modo: il cammino sulle acque, ad esempio, era stato possibile perché il Cristo aveva un corpo illusorio, non composto di carne.

Borges l’eresiarca
Grande appassionato di eresie, e di eresiarchi gnostici in particolare, era dunque Borges, che ha spesso dedicato i suoi racconti a questi personaggi ed alle loro confutazioni dei dogmi della fede. Prendiamo, ad esempio, un estratto del racconto Tre versioni di Giuda.
«Nell’Asia Minore o ad Alessandria, nel secolo II della nostra fede, quando Basilide annunciava che il cosmo è una temeraria o malvagia improvvisazione di angeli imperfetti, Nils Runeberg avrebbe diretto, con singolare passione intellettuale, una delle conventicole gnostiche. Dante gli avrebbe destinato, probabilmente, un sepolcro di fuoco; il suo nome arricchirebbe il catalogo degli eresiarchi minori, tra Satornice e Carpocrate; qualche frammento delle sue prediche, ornato d’ingiurie, durerebbe nell’apocrifo Liber adversus omnes haereses, o sarebbe perito quando l’incendio d’una biblioteca monastica divorò l’ultimo esemplare del Syntagma. Invece, Dio gli assegnò il secolo XX e la città universitaria di Lund. Qui, nel 1904, pubblicò la prima edizione di Kristus och Judas. […] Runeberg stimò che Giuda avesse consegnato Gesù Cristo per forzarlo a dichiarare la sua divinità e ad accendere una vasta ribellione contro il giogo di Roma […]. Ergo il tradimento di Giuda non fu casuale; fu cosa prestabilita, e che ebbe il suo luogo misterioso nell’economia della redenzione […] Così spiegò Nils Runeberg l’enigma di Giuda. I teologhi di tutte le confessioni lo sconfessarono. Lars Peter Engstrom l’accusò di ignorare, o di negligere, l’unione ipostatica; Axel Borelius, di rinnovare l’eresia degli gnostici, che negarono l’umanità di Gesù; l’inflessibile vescovo di Lund, di contraddire al terzo versetto del capitolo XXII del Vangelo di san Luca».
Come si vede il Maestro di Buenos Aires mischia abilmente eresie storiche con eresiarchi da lui stesso creati o, addirittura, come nel caso dell’altro racconto I due teologi, inventa egli stesso delle eresie, per poi confutarle e di nuovo riaffermarle come dogmi. Lo stesso criterio lo porta a citare libri realmente esistenti, come il Contro le eresie, forse opera di Ireneo vescovo di Lione, che viene anche titolato Sulla scoperta e il rovesciamento della falsa gnosi, con testi da lui totalmente inventati quali appunto il Kristus och Judas di Runeberg. Il giacimento eresiarchico viene scavato da Borges anche per alimentare le sue fantasticherie sul tempo retrogrado, sui mondi paralleli, sui personaggi doppi che alla fine della loro vita si incontreranno, e via discorrendo. In definitiva possiamo ben dire che molti dei suoi racconti siano a loro volta elaborazioni di eresie, dove quella gnostica è certamente tra le più usate.
L’immagine sacra
Tornando ora alla iconografia di questa devozione, è interessante ricordare chi l’ha di fatto canonizzata: Margherita Maria Alacoque, suora francese che narra nelle sue memorie come, dal 1673, iniziasse a ricevere le visite di Gesù che le chiese di avere particolare devozione al Suo Sacro Cuore, che le apparve «raggiante come un sole, con la piaga adorabile, circondato di spine e sormontato da una croce». Dal racconto verrà fuori l’immagine che conosciamo oggi, e dal suo impegno l’istituzione della festa liturgica del Sacro Cuore di Gesù, fissata all’ottavo giorno dopo il Corpus Domini.

L’intelligenza del cuore
Nel suo celebre libro Simboli della Scienza Sacra, l’esoterista René Guénon, poi convertitosi all’islam con il nome di Abd al-Wahid Yahya, tratta vari simboli legati alla Tradizione, tra i quali quello del cuore trafitto. Lo studioso francese propone dunque una lettura che al tempo stesso precede quella cristiana e per certi versi la ingloba e completa, ampliandone la portata. In primis attira la nostra attenzione sulla radiosità che, di fatto, combina luce e calore, ricordano così esattamente il sole e la sua simbologia. Cuore e sole sono dunque immagini “centrali”, di fatto comuni a tutte le dottrine tradizionali, in Occidente come in Oriente. Così, ad esempio, Proclo, neoplatonico scolarca dell’Accademia di Atene. si rivolge al sole: «Occupando al di sopra dell’etere il trono di mezzo, e avendo per faccia un cerchio sfolgorante che è il Cuore del Mondo, tu riempi tutto di una provvidenza in grado di risvegliare l’Intelligenza».
Questa citazione, ci segnala Guénon, evidenzia il rapporto che nei tempi antichi esisteva tra il cuore sfolgorante e l’Intelligenza vera, quella intuitiva, l’intus (dentro) e legere (leggere, ma anche raccogliere), per sua natura prerazionale ed antidogmatica. D’altronde, secondo Macrobio, «il nome di Intelligenza del Mondo che si dà al sole risponde a quello di Cuore del Cielo; fonte della luce eterea, il Sole è per questo fluido quel che il cuore è per l’essere animato»; e Plutarco scrive che il Sole «con la forza di un cuore, sparge e diffonde da sé il calore e la luce, come se fossero il sangue e il soffio».
Interessante anche la distinzione/convergenza simbolica nell’immagine del cuore raggiante e fiammeggiante, dove l’irradiamento, anche quando i due aspetti vi sono riuniti, sembra in genere suggerire una preponderanza riconosciuta all’aspetto luminoso; questa interpretazione, ci dice ancora Guénon, è confermata dal fatto che le rappresentazioni del cuore raggiante, con o senza la distinzione delle due specie di raggi, sono le più antiche e risalgono per lo più a epoche in cui l’Intelligenza era ancora riferita tradizionalmente al cuore, mentre quelle del cuore fiammeggiante si sono diffuse soprattutto con le idee moderne che riducono il cuore a corrispondere solo al sentimento.
Guénon spiega anche che il cuore era sede dell’Intelligenza, e che l’Intelligenza non era identificabile nel più moderno concetto di Ragione, ma comprendeva l’Amore. La deviazione del significato del cuore come slegato dall’Intelligenza «è imputabile in gran parte al razionalismo, in quanto esso pretende di affermare una pura e semplice identificazione fra l’Intelligenza e la Ragione, senonché non con quest’ultima è in rapporto il cuore, bensì con l’intelletto trascendente, che appunto è ignorato o addirittura negato dal razionalismo». In altre parole, se non si coglie la storia di questi concetti nei secoli che precedono la coscienza contemporanea, non si può parimenti comprendere il linguaggio delle sante e mistiche che hanno “visto” il Sacro Cuore.
La stessa simbologia viene adottata in altre culture. La Brihadāranyaka Upanishad (IV, 111), tra le più antiche Upanishad vediche, se non la più antica, spiega che l’intelletto emana l’essenza della Luce e che in essa sta l’Essere, l’Atman, sicché la luce che profila le figure del sogno è anteriore ontologicamente alla luce che illumina la realtà della veglia. Qui si narra come un sovrano discorresse con un sapiente per chiarire la natura di questa Luce: «Qual è la luce che muove l’uomo, domanda, e il saggio risponde: prima il sole, e quando esso manchi, la luna e quando anch’essa manchi, un fuoco acceso. Ma senza nessuno di questi lumi esterni e visibili, da che cosa sarà mosso l’uomo? Da un discorso che gli dia luce. E quando non ci sia nemmeno un discorso? L’uomo si reggerà nel buio e nel silenzio, mercé il suo semplice essere, che è la Luce coinvolta nei soffi che lo reggono, emananti dal cuore dove la Luce cova nascosta» (IV, 3, 1-7).

Il cuore sanguinante
Abbiamo visto come nell’immagine del Sacro Cuore è centrale la presenza della lama che lo trafigge: è quella della lancia di Longino, il centurione romano che trapassò il cuore del Cristo per essere sicuro che fosse morto, o forse per terminare così, con un gesto pietoso, il suo calvario. Ma ciò che più conta, nel gesto del militare, è come da quella ferita zampillasse il sangue del Salvatore, raccolto da Giovanni di Arimatea e da Nicodemo in due preziose ampolle. La storia di queste reliquie attraversa tutto il cristianesimo e si innesta con quella del Volto Santo, l’immagine del Cristo appena morto sulla croce che Nicodemo volle scolpire. Dopo aver scolpito il corpo non riuscì a proseguire con i tratti del Volto; decise così di pregare e cadde addormentato; al suo risveglio vide l’opera compiuta, miracolosamente da una mano angelica.
Questo racconto è tratto dalla Relatio de revelatione sive inventione ac translatione sacratissimi vultus (Racconto della rivelazione, ovvero la scoperta e la traslazione del santissimo volto), redatta nel secolo XII in ambito lucchese, per fornire una base documentale alla sempre crescente venerazione tributata al Volto Santo di Lucca.
Nicodemo, in punto di morte, affida l’opera al fido Isacar. Passando di generazione in generazione sempre custodita e venerata, seicento anni dopo, nei pressi del luogo dove era celata, giunse il Vescovo Gualfredo, al quale apparve in sogno lo stesso angelo scultore che gliene svelò la presenza. La scultura fu collocata allora su una barca affidata alla Divina Provvidenza perché la facesse giungere in luogo degno. Nella barca furono poste anche le due ampolle contenenti il sangue di Cristo raccolte da Giuseppe d’Arimatea e da Nicodemo. La barca giunse così nei pressi di Luni, ma gli abitanti non riuscirono a recuperala. Ne fu invece capace il Vescovo di Lucca, al quale apparve in sogno l’angelo che gli suggerì di andare a Luni a recuperarla. Una volta portato a terra, il crocifisso fu ancora disputato da lunensi e lucchesi e fu quindi deciso di affidarlo ad un carro trainato da buoi che avrebbero dovuto scegliere, guidati da Dio, la destinazione finale. I buoi presero la strada per Lucca e quindi i lunensi furono costretti a rinunciare al possesso della statua, ricevendo in compensazione un’ampolla del Sangue di Cristo prelevata da dentro il crocifisso. La reliquia è ancora oggi conservata e venerata nel Duomo di Sarzana.

Il cuore esoterico
Tra le immagini del cuore trafitto ne esite una di particolare valenza esoterica: è quella del pellicano che si squarcia il petto per far uscire dal cuore il sangue con cui nutrire i suoi figli. Spesso l’immagine è stata usata come riferimento al sacrificio del Cristo che muore per i suoi figli: Dante, ad esempio, chiama Cristo il «nostro Pellicano» quando si riferisce all’apostolo Giovanni: «Questi è colui che giacque sopra il petto del nostro Pellicano, e Questi fue di su la croce al grande officio eletto». (Paradiso XXV, 112-114). Ma se osserviamo bene le immagini che lo descrivono troviamo molto spesso una rosa infissa sulla croce che lo sovrasta: è il simbolo della Confraternita esoterica dei Rosa- Croce, che confluirono poi nella Libera Muratoria del XVIII secolo, lasciando la loro presenza all’interno degli alti gradi dello scozzesismo.
Il pellicano compare anche nella simbologia alchemica. Il Bestiario Alchemico, ad esempio, offre numerosi riferimenti a questo animale, sia per indicare gli strumenti dell’Arte sia per la simbologia dello spirito con il quale si deve intraprendere l’Opera. Il Pellicano, infatti, indica il matraccio, con il caratteristico piede di collegamento alla testa della cucurbita e con il capitello che rientrava con un tubo a becco nella parte inferiore dell’apparecchio. Wirth spiega il simbolo del pellicano come emblema di generosità assoluta «in mancanza della quale, nell’iniziazione, tutto resterebbe irrimediabilmente vano». Per altri sarebbe un’immagine della pietra filosofale che si dissolve per far nascere l’oro dal piombo allo stato fluido. Ultimo, ma non per importanza, in questo contesto la scritta INRI che compare sull’immagine del simbolo ha una lettura esoterica: Ignis Natura Renovatur Integra, cioè il fuoco rinnova integralmente la natura, apoftegma alchemico per eccellenza.

Raffaele K. Salinari

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