I diritti umani al tempo della crisi da “il manifesto” del 25-2-2012

I Diritti Umani al tempo della crisi

 

La sentenza della Corte europea dei diritti umani contro le pratiche anti immigrazione dell’Italia sancisce che la violazione e/o la sistematica strumentalizzazione dei Diritti Umani rientra oramai a pieno titolo tra le “necessità” strategiche previste dalla gestione dell’attuale fase di crisi finanziaria. In particolare, “i mercati” spingono per reinterpretare le regole del Diritto Umanitario esistente, quello sancito dalle Convenzioni di Ginevra, al fine di crearne un altro, sostituito dal Diritto di Ingerenza Umanitaria come si è sviluppato a partire dai bombardamenti durante la guerra in Ex Jugoslavia per arrivare all’assassinio di Gheddafi. Le crisi economiche sono, in ogni epoca, le fasi che ottimizzano e forgiano le premesse per i nuovi scenari della dominazione, per un nuovo nomos della Terra. Il bioliberismo, la forma attuale della biopolitica operante in questa fase storica ha la necessità, per continuare a riprodursi, di controllare ogni forma di vita sottoponendola agli imperativi del profitto; per fare questo è sommamente necessario “torcere” anche il rispetto dei Diritti umani, dandone di fatto nuove definizioni e soprattutto applicazioni, in sintonia con la loro strumentalizzazione. In questa ottica la violazione dei Diritti Umani, prima in nome della sicurezza e della lotta al terrorismo, oggi in nome della crisi finanziaria con i suoi risvolti internazionali di povertà crescente e conseguente instabilità globale, si giustifica come strumento per “ridare fiducia ai mercati”. Le pratiche di Abu Grhaib o Guantanamo, ma anche di Lampedusa, sono la tragica realtà del trattamento riservato agli immigrati ed ai profughi delle “guerre umanitarie” africane; una logica che vede il suo coerente prolungamento nei tentativi di abolizione progressiva dei diritti del lavoro, nel taglio del welfare, nel mantenimento ostinato delle spese militari, sino ad arrivare, come si profila per la Grecia, alla sospensione della democrazia formale attraverso il rinvio delle elezioni politiche. E allora si deve dire con chiarezza che il punto di arrivo attuale, il dominio dei mercati su ogni scelta politica, l’espropriazione della società civile di ogni possibilità di influenzare scelte che la riguardano nella quotidianità, l’impotenza dei partiti se non ad assecondare le logiche decise dalle agenzie di Rating, sono tutti frutti avvelenati che nascono dall’accettazione della “guerra umanitaria” lanciata ormai vent’anno or sono da Bill Clinton, uno dei leaders della “terza via” democratica, ancora tanto in voga nei grandi partiti europei che una volta si richiamavano alla tradizione socialista o addirittura comunista. Da una parte dunque si continua ad ammannire il vecchio mantra “per la vostra sicurezza”, che elimina ad una ad una le modalità che permettono ai corpi migranti di muoversi liberamente, attanagliandoli in pratiche vessatorie ed umilianti. Dall’altro, la minaccia del default, del baratro economico, del declassamento ad opera delle società di Rating, getta l’ombra del fallimento collettivo su ciascuno, il fardello del debito diventa un sorta di psicodramma collettivo che esprime una somma di fallimenti personali, una bancarotta di cui ognuno è colpevole colpevole se non “stringerà la cinghia” e dunque rinuncerà ad un altra fetta di Diritti duramente acquisiti. Il termine di paragone sono sempre quelli che stanno peggio, non più coloro i quali hanno accumulato immense ricchezze. Chi dissente è un avversario della stabilità che, sempre in un inarrivabile domani, aprirà alla futura “crescita”. Il messaggio dei mercati, attraverso i loro tecnocrati, ed il sostegno di una politica oramai più che irretita in questo Grande Gioco di macelleria sociale, è dunque che chi ha uno status appena migliore di quello dei poveri, che letteralmente muoiono di fame, deve ringraziare, ed ingraziarsi, le regole della governance capitalista globale. L’apparato spettacolare dei media unificati vorrebbe così spingere l’opinione pubblica del paesi “avanzati” verso la sottomissione “spontanea” del vivente: niente rivolte, contestazioni, ribellioni, diserzioni, ma un quieto gregge di pecore che trova da solo la strada dell’ovile ogni sera. Il mondo della guerra umanitaria e della sua crisi, non è dunque soltanto un universo oscuro nel quale il cittadino occidentale solvente non deve avventurarsi ”per la sua sicurezza”, ove vige la legge marziale, ma anche uno stato della mente nel quale si sospende il giudizio critico, nel quale porre domande significa disturbare chi comanda e dirige una guerra senza quartiere i cui confini sono nebulosi, i nemici decisi di momento in momento in base alle fluttuazione delle borse. L’inutilità, la connivenza e dunque la componente antidemocratica di una “realpolitik” che abdica alla violazione dei Diritti Umani in nome della sicurezza o dello sperad, come ha riconosciuto nel caso dell’Italia la Corte europea dei diritti umani, è tutta nell’accettazione di questa logica, giustificata come inevitabile. È un fatto che oggi l’idea di governare il modello di sviluppo esistente accumula molti più problemi di quelli che pretende risolvere, essendo il modello liberista ingovernabile se non nel senso della sua progressiva affermazione, quindi da rigettare alla radice. E allora, le masse umane che si vorrebbero senza volto, senza storia e soprattutto senza Diritti lo sono in realtà proprio perché de-private con la forza delle condizioni minime dell’esistenza. La morte per fame di milioni di bambini non è forse una massiccia violazione di un Diritto Umano? Un crimine contro tutta l’umanità? In questo scenario l’umanità delle periferie, viene utilizzata per raffinare e tarare in corpore vili le modalità per un possibile dominio assoluto sui corpi dell’umanità intera, una condizione che ogni giorno che passa ci viene proposta come unica forma della democrazia.

Raffaele K Salinari