Seminario “Fare anima” Pisa 23-24-settembre 2017

Seminario “Fare anima”  Pisa 23-24-settembre 2017

 

La ferita ed il suo ricongiungimento: il «fare anima» alchemico.

 

La ferita animica ed i suoi margini.

 

Ogni ferita dell’anima è una scissione che ha due margini: uno è la separazione tra Corpo e Spirito come parti di noi, l’altro quello tra  Anima del Mondo. Curarla significa attivare la ricomposizione tra queste due polarità  complementari. Per farlo dobbiamo cercare l’archetipo sia di questa Immagine, sia del suo processo di guarigione, visualizzare le risonanze macro e microcosmiche della ferita e del suo ricongiungimento. In questo modo potremo scendere sino alle origini della separazione primigenia, alla fonte di tutte le ferite – quella tra la nostra anima particolare e quella del Mondo – e risalirne gli effetti contingenti e caratterizzati così da aiutarci nella comprensione del nostro stesso male, primo passo verso la cura. Ecco cosa significa «fare anima». Per visualizzare questo cammino l’alchimia può fornire uno strumentario simbolico operativo di alto valore metaforico.

Per ricomporre una separazione bisogna dunque conoscerne la genesi; questo ci permetterà  di individuare il punto di svolta necessario ad invertire il processo, a rigenerare le connessioni che sostanziano l’unità  perduta: quella tra la nostra singolarità  e le altre forme del Mondo inteso come insieme delle manifestazioni dello Spirito, la rete connettiva che rende ragione del senso di appartenenza ad una Totalità  più vasta ma che, al tempo stesso, ha bisogno di noi tanto quanto noi di ciò che ad essa ci lega. In altre parole, partire dall’evidenza che ciò che vorremmo per il nostro esistere, dovrebbe risuonare compatibile con l’essere del Mondo.

In questo processo di visualizzazione curativa, l’alchimia, lo vedremo, con la sua formula di base «solve et coagula» offre un percorso operativo simbolico che può aiutare ad indagare i fondamentali di un pathos logos che, anche quando sembra attraversare solo l’anima singola, rileva di una origine comune, di una più vasta e profonda mortificazione dell’Anima mundi.

Non a caso indagatori dell’Anima Mundi come Jung, e più recentemente Hillman con la sua psicanalisi degli archetipi mitologici, hanno utilizzato i simboli dell’alchimia operativa per spiegare i fondamentali della ferita animica del singolo, ricomprendendola all’interno di quella Grande Scissione che è alla base stessa della civiltà  occidentale.

 

La Scissione occidentale e la sua ricomposizione

 

La scissione archetipica è dunque quella tra esseri umani e Mondo; Quando diciamo «esseri» intendiamo la totalità delle triade anima spirito e corpo, cioè rispettivamente, lo vedremo, dello Zolfo filosofico, del Mercurio e del Sale. La scissione opera allora, necessariamente e contemporaneamente dentro e fuori di noi. Questa forma di irrelazione è la cifra, diremmo il logo, di ciò che viene definito da Guènon come il Regno della quantità , la situazione quotidiana cioè nella quale ci troviamo a vivere, progressivamente generata nell’ambito del pensiero occidentale in questa fase della Manifestazione.

In estrema sintesi, come approfondiremo nel seminario, possiamo dire che tutta la nostra civilizzazione nasce da un rifiuto del ciclo vita-morte-vita: questo diniego radicale ha fondato la cultura Greca dopo la marginalizzazione del dionisiaco – l’archetipo della vita indistruttibile perché continuamente rigenerata – come fonte di una visione ciclica dell’esistenza.

L’ampiezza e la profondità  di questa scissione mettono oggi a rischio l’esistenza stessa della Vita sul nostro pianeta, e di conseguenza anche della nostra anima in relazione col suo corpo, predisponendola ed esponendola così alle sue multiple ferite. Un’anima che ha perso le connessioni con le altre forme della Manifestazione è naturalmente più debole ed esposta. Ecco che il «fare anima», anche nel caso singolo, deve ripartire da una processo di ricongiungimento personale e collettivo con l’Anima Mundi.

Ma per ricomporre la «scissione occidentale», anche nell’ambito di noi stessi, della nostra anima singola, dobbiamo cominciare con il pensarci pienamente al suo interno, fissare questo baratro che rispecchia la nostra sensibilità angustiata, per situarlo nel luogo che gli spetta: e cioè nel dentro e fuori di noi. In altre parole non esiste una individualità  separata dal resto del vivente, anche se il Regno della quantità  ha organizzato e si è organizzata attorno ai dispositivi della separazione perché specula proprio su di essa. In altre parole è la patologia esistenziale che nasce dal rifiuto dell’ordine naturale delle cose che genera quell’enorme ritratto di Dorian Gray che è il nostro sistema consumogeno, creando così un circolo vizioso che lo alimenta a sua volta. Il sogno dell’umanità «civilizzata» è infatti uno solo: l’immortalità ; questo sogno, tenacemente perseguito, si è trasformato nell’incubo che ci sogna tutti: la modernità .

 

Consapevolezza e guarigione, consapevolezza è guarigione

 

Ecco perché questa consapevolezza di stato è il primo gesto di guarigione. Come vedremo più avanti, nel microcosmo dell’alambicco avremo la possibilità  di scrutare le ragioni che ci hanno condotto in questo luogo mortificante, dato che vedremo e sentiremo come il presente della pianta che stiamo scomponendo, e dunque su più vasta scala quello del pianeta che ci ospita, dipendono da quanto e da quanti sapranno orientare i propri gesti, pensieri, visioni, relazioni, verso la nascita di un nuovo modello di cura e manutenzione del mondo, e dunque della Vita, volto alla ricomposizione di ciò che è stato separato. «Fare anima» significa dunque ricomporre il filo che lega tutte le espressioni vitali, riannodare la trama e l’ordito della nostra cura personale con quella dell’Anima mundi, ristabilire la tela di fondo sulla quale si anima il Gioco del Mondo.

Il percorso della cura collettiva e personale sarà  dunque parallelo. Se, infatti, apparteniamo alla scissione che abbiamo noi stessi creato separandoci dal Mondo per poter dominare il ciclo vita-morte-vita che esso ci richiama di continuo, ciò significa al tempo stesso che abbiamo un potere di cambiamento su di essa: in altre parole quando cambiamo il nostro punto di vista personale influiamo anche su quello collettivo e viceversa. Le due nature, interna-esterna delle ferita, sono in realtà  una sola: è questa consapevolezza che ci unisce alle altre espressioni della Zoè.

Dalla sofferm-azione alchemica in questo pensiero nasce allora la «consapevolezza della qualità» cioè di questa sostanziale unità del qualis, dell’essenza comune. Si comincia anche così un percorso di cura: se condividiamo tutti la stessa natura e la natura dentro-fuori di noi, l’importanza delle singole vite nella necessità  che la Vita continui il suo corso diventa palese, e questo conferisce ai nostri gesti di guarigione un valore che ci travalica, rendendoci anche più motivati e forti nell’affrontare il percorso.

 

La metafora alchemica

 

E allora, nello specifico alchemico, come può servirci allo scopo quest’Arte operativo simbolica? Durante il seminario verrà  mostrata una operazione spagirica, quella particolare forma di alchimia che agisce sulle piante, detta anche Piccola Circolazione, per distinguerla dalla Grande Circolazione tipicamente volta alla ricerca della Pietra Filosofale. Nella spagirica lo scopo è quello di conoscere la natura essenziale della pianta, scomponendola nei suoi elementi fondamentali, per poi ricomporla al fine di ottenere in questo modo il massimo delle sue possibilità  terapeutiche. L’analogia tra processo spagirico-alchemico e il «fare anima» è dunque evidente.

In primis bisogna dire che nell’alambicco non entra soltanto la piana, ma l’anima stessa dell’alchimista, dato che il principio dell’Opera, sia della Grande che della Piccola, è sempre lo stesso: l’operatore trasmuta la materia operata tanto quanto questa trasmuta l’operatore. Dunque è necessaria una certa affinità , una sorta di risonanza, tra ciò che si mette nell’alambicco e l’anima dell’alchimista-spagirico.

Il secondo elemento è la conoscenza dei tre principi, comuni ad ogni forma manifestata, che costituiscono l’unità  nella triade, e nei quali verrà  scomposta la pianta: cioè il Mercurio filosofico o principio vitale (il prana della tradizione indiana), anonimo e non cosciente, che sarà  l’alcool, il Sale o residuo fisso e calcinato, la materia in senso proprio, e lo Zolfo, l’anima e la coscienza (l’Atma della tradizione induista), nel nostro caso l’olio essenziale.

Nel seminario estrarremo quest’ultimo attraverso il processo base della soluzione e coagulazione nell’alambicco. Poi verranno mostrati gli altri due elementi, ottenuti in precedenza da un processo completo, e come ricomporre la pianta nella sua integrità  alchemica per farne un farmaco. Dunque, ancora una volta, come nel processo di guarigione animico della ferita, dovremo «riunire ciò che è sparso», e questo sarà  possibile se la nostra Arte saprà  osservare il processo che avviene nell’atmosfera microcosmica ermetica dell’alambicco attraverso il «pensiero immaginale», quello che coniuga il sensibile con l’intelligibile, simboleggiando le forme dello Spirito Universale.

Ciò che avviene in quella situazione confinata, ermetica appunto, è dunque in realtà  la riproduzione del processo creativo macrocosmico. E allora, tanto più questa identificazione tra anima dell’operatore e pianta nel crogiolo sarà  completa, tanto più avvertiremo come il processo stesso costituirà  per noi una sorta di medit-azione che ci condurrà  alla consapevolezza della nostra appartenenza al Tutto, il punto focale per ogni anima che voglia prevenire le sue ferite o trovarsi nella migliore condizione per guarirle.

 

Raffaele K. Salinari