Recensione di “Alias:Aleph” di Marco Dotti da Alias 9-12-2017

Recensione di “Alias:Aleph” di Marco Dotti da Alias 9-12-2017

Negli anni 80 del secolo scorso Michael Foucault elabora il termine «eterotopia» che, nella sua forma più essenziale, definisce: «Quegli spazi che hanno la caratteristica di essere connessi a tutti gli altri ma in modo da sospendere, neutralizzare, invertire l’insieme dei rapporti che essi rispecchiano o riflettono». Cinquant’anni prima, dall’altra parte del mondo, in Argentina e precisamente nel 1929, si spegneva, dopo una «imperiosa agonia» Beatriz Viterbo. Questa splendida figura di donna era amata dallo scrittore forse più immaginifico della storia della letteratura fantastica, dunque “eterotopica” per eccellenza: Jorge Luis Borges. Vale la pena allora porsi una domanda: Foucault conosceva Borges, ed in particolare il testo che il Direttore emerito delle Biblioteca Nazionale Argentina aveva esplicitamente dedicato alla sua adorata Beatriz? Non ci è dato saperlo, ma ciò che con assoluta certezza possiamo invece dire, è che l’omonimo racconto che titola l’antologia borgesiana più famosa è certo la descrizione maggiormente intrisa di poesia di una suggestione eterotopica: L’Aleph. Quando Borges, che nel racconto parla di se in prima persona, scende nel sottoscala della casa di via Garay a Buenos Aires invitato dal cugino e coinquilino della defunta Beatriz a rimirare l’Aleph, si trova improvvisamente di fronte al «microcosmo di alchimisti e cabalisti»: un sfera incredibilmente piccola e luminosa attraverso la quale si riflettono ed emanano, in uno stesso momento ed in uno stesso luogo, senza sovrapposizioni o scarti cronologici, tutti i luoghi e tutti i momenti esistenti e vissuti dal cosmo. E, come Dante di fronte allo splendore dell’Essere del Vero, della Sfera Suprema, ad un certo punto non ha più le parole per descrivere l’ineffabile. E allora il Maestro argentino si affida ad una serie di metafore, simboli, analogie, suggestioni, rimandi letterari e poetici, per cercare di rendere l’idea di questo unicum che vedrà quella sola, memorabile, volta. Ma tutto questo, lo ammette lo stesso Borges, ha una origine molto più lontana: ha i suoi archetipi. L’idea di Dio come sfera infinita il cui centro è dappertutto e la circonferenza in nessun luogo, come pure l’immagine della biblioteca come un immenso labirinto, o dello specchio come forma del passaggio da un piano di realtà ad un altro, magari dal sonno alla morte, ma anche (perché no) viceversa, sono solo alcuni di questi; sono le immagini immaginanti la cui infinita ricreazione e ripetizione costituiscono le fondamenta stesse della Storia Universale. A questi archetipi borgesiani, ma anche ai parerga e paralipomeni legati all’immagine dell’Aleph come eterotopia-atopia-utopia, cioè ai luoghi (e non luoghi) ed alle suggestioni che da questa figura centrale possono irradiare, o su di essa e da essa convergere o divergere, e ben al di la del racconto, è dedicato il libro Alias: Aleph di Raffaele K. Salinari (edizioni Punto Rosso). Nel titolo è già contenuta la genesi di questo densissimo volume: si tratta, infatti, di una raccolta ragionata e rivista di una serie di articoli apparsi nel tempo sull’omonimo inserto culturale del manifesto. Il «biglietto di accompagnamento» di Silvana Silvestri, direttrice di Alias, ce ne rende ragione, mentre l’erudita prefazione animica di Davide Susanetti apre alle ascendenze orfico-iniziatiche del testo. Ma è indubbiamente la coerenza dei vari capitoli – che hanno tra l’altro la caratteristica di poter essere letti come essenziali monografie sui vari argomenti – unificati dall’immagine espressa nel sottotitolo del volume «Mundus Imaginalis Borgesianus», a suscitare nel lettore le suggestioni maggiori. L’espressione «Mundus Imaginalis» rimanda, infatti, a quella folgorante intuizione di Henry Corbin, maestro massone, filosofo e soprattutto iranista, che, studiando l’esoterismo islamico di matrice sciita, coniò questa definizione per descrivere, utilizzando le parole di una lingua morta «un ordine di realtà superiore che corrisponde a un certo tipo di percezione, poiché la terminologia latina ha il vantaggio di fornire un punto di riferimento tecnico preciso, con cui confrontare i più o meno idonei equivalenti dei linguaggi moderni occidentali». E qui Corbin, il cui spirito esoterico aleggia attraverso tutto lo svolgersi del libro, offre il suo assist allo sguardo «alefico» di R. K. S. quando chiarisce che: «Indichiamo solitamente l’immaginario come irreale, utopistico… Di contro l’ordine di realtà che io ho designato come Mundus Imaginalis è ciò che i teosofi islamici indicano come coscienza immaginativa, l’Immaginazione cognitiva». La potenza simbolica del Mundus Imaginalis evocata dal sottotitolo si specifica allora con l’aggettivo «borgesiano» anch’esso in latino, che rimanda perfettamente alla scansione degli argomenti contenuti nei vari capitoli, che spaziano vertiginosamente dall’Omino con la gobba caro a Walter Benjamin, sino allo sguardo di Gagarin, primo uomo a contemplare nel suo splendore totale l’immensità cosmica di Gaia. Tra gli Aleph più originali forse le Body Map disegnate dai sieropositivi da Hiv in Sud Africa e decisamente le bottiglie di gazzosa degli anni 50 con le perle di vetro, – come quelle del romanzo di Herman Hesse – racchiuse al loro interno. I tanti Aleph descritti divengono allora gli specchi splendenti od oscuri nei quali si riflettono una moltitudine di immagini archetipali, i dispositivi, direbbe ancora Foucault, della funzione cognitiva dell’Immaginazione. Nell’introduzione si avanza anche una ipotesi poetica: che tutto il racconto sia stato scritto per omaggiare la bella Beatriz, la Beatrice di Borges, esattamente come la Commedia lo fu per quella di Dante. Varrebbe la pena inoltrarsi su questo sentiero non fosse altro per scovare le relazioni inaudite tra due personaggi la cui capacità visionaria era certo sublime. Gli Aleph divengono allora i luoghi o le situazioni che consentono di superare il dilemma del razionalismo, che lascia soltanto la scelta tra i due termini di un dualismo banale: «materia» o «spirito», un dilemma che l’eterotopia alefica risolve sostituendolo con una scelta, non meno fatale, tra sogno e realtà, storia e mito. E così le parole inscritte in queste pagine visionarie trovano nello spazio infinito del Mundus Imaginalis la possibilità di comporre il Volto dell’Angelo del Mondo, un ris/volto che risplende delle luci di una «costellazione inscritta nelle traiettorie di astri a volte impercettibili, eclissati dall’ombra feroce della modernità ma che, come certe stelle spente da eoni, continuano a irradiare il loro fulgore su di noi». Sono i «mondi alefici» descritti dall’autore, le Porte Regali, come direbbe Pavel Florenskij, sulle cui soglie s’incontrano finalmente visibile e invisibile. E così la moltitudine degli Aleph e gli sguardi «alefici» – aggettivo coniato per descrivere lo stato visionario che ci rende possibile la loro percezione – precipitano finalmente all’interno di un caleidoscopio che si svela sempre e solo al singolo – ai suoi sensi, al suo cuore, alla sua consapevolezza – e dunque mai definibile, o definito, in modo univoco. Nel capitolo finale, forse ciò che tutti si aspettano: la descrizione dell’Aleph dell’autore, l’origine della metafora creata nel e dal suo stesso Mundus Imaginalis per continuarne la ricerca; un augurio per ogni lettore alla ricerca del suo.

Marco Dotti