I segreti dell’alambicco, da Alias 2-12-2017

I segreti dell’alambicco, da Alias 2-12-2017

L’espressione «lambiccarsi il cervello» rimanda immediatamente a pensieri complicati ed astrusi, forse insensati, ma che alla fine, generalmente, portano ad elaborare quella forma di pensiero che lo psicologo maltese Edward de Bono, nei lontani anni Settanta del secolo scorso, definiva «laterale». De Bono pensava che il campo cognitivo fosse come una sorta di gelatina e che una certa maniera, che lui definiva «verticale», di affrontare un problema, fosse come una goccia di brodo caldo che ci cadeva sopra tracciando un solco. Ogni volta che un problema si ripresentava la soluzione non poteva che generare un’altra goccia di brodo caldo che sarebbe caduta immancabilmente nel solco precedente, approfondendolo ancor più, e così generando percorsi stereotipati. Il «pensiero laterale», titolo di un suo libro famoso tra la Beat generation per la sua componente psichedelica, suggeriva invece che si dovessero fare, appunto, dei passi laterali per risolvere certi problemi apparentemente insolubili, non utilizzando le solite strade oramai tracciate dall’esperienza passata – i solchi nella gelatina del pensiero – ma «lambiccandosi il cervello» per trarne nuove essenze immaginali.

Un esempio famoso è quello dell’elettricista e dei tre interruttori. In una stanza chiusa è contenuta una lampadina ad incandescenza, nella seconda stanza ci sono tre interruttori. Solo uno di questi accende la lampadina e l’elettricista può controllare solo una volta. Stando queste condizioni come si può determinare l’interruttore giusto? Le condizioni iniziali sono due: la lampadina è spenta e gli interruttori in posizione off. L’approccio diretto al problema si rivela impossibile da un punto di vista puramente «verticale»: una lampadina può essere solamente accesa o spenta, ma gli interruttori sono tre, dunque che si fa? L’unico modo per risolverlo è percorrere una condizione parallela, «laterale» (il fatto che una lampadina accesa si scaldi) che permette di aggiungere un terzo stato. E allora si mettono due interruttori (chiamiamoli 1 e 2) su ON, si attende qualche minuto e se ne spegne uno (diciamo il numero 1). Si va quindi a controllare la lampadina: se la lampadina è accesa l’interruttore giusto è il numero 2, se è spenta ma calda è l’1, e se è spenta e fredda è il numero 3.

Oggi le neuroscienze, ed anche la neuro-paleontologia, ci dicono che forse l’Homo Sapiens ha vinto la gara per la specie dominante su altre popolazioni di ominidi, tra cui il Neanderthal, perché era in grado di formalizzare in qualche modo il pensiero astratto di ordine superiore, simbolico, e dunque di pensare in modo «laterale», creativo, rispetto alle altre specie.

Il pensiero creativo è allora quello che viene prodotto dal «lambiccamento» del cervello, che distilla, per così dire, un percorso nuovo, a volte in grado di fornirci soluzioni originali ed utili. E dunque questo «lambiccarsi» ed i suoi eventuali prodotti, i suoi distillati immaginali, fantastici, simbolici, ben si confanno all’etimologia del verbo che, ovviamente, deriva del noto strumento alchemico-chimico: l’alambicco.

 

L’Alambicco

L’alambicco è certamente lo strumento del gabinetto chimico-alchemico più conosciuto ed affascinante. La sua stessa forma, come vedremo, riassume il principio sul quale si basa la Grande Opera, quel «solve et coagula» che ne rappresenta il procedimento cardine. Ma cominciamo con l’etimologia di «alambicco», che deriva probabilmente dal vocabolo ambix, una delle parole che i Greci utilizzavano per designare i vasi a matraccio o pallone. Gli Arabi l’hanno fatta precedere dal loro articolo al, ed ecco nata la parola che tutti conosciamo. Infatti, in origine ed ancora oggi, l’alambicco è sostanzialmente un vaso che viene chiuso da un coperchio con la caratteristica di non far entrare nulla, ma di poter far uscire solo ciò che si produce all’interno; in una parola: ermetico. La parte che chiude il vaso, che lo sigilla, termina a sua volta con una protuberanza e poi con un oggetto per la condensazione. Ora, se analizziamo bene queste parti e le loro rispettive funzioni, ritroviamo nella semplicità allusiva dei loro nomi molta della simbologia alchemico-spagirica di base.

La prima osservazione, come dicevamo, è che l’alambicco si presenta come uno strumento ermetico. L’aggettivo designa appunto questa capacità di non far entrare nulla all’interno e, più estensivamente, di preservare un contenuto. La parola deriva notoriamente dal dio Ermes-Mercurio, la divinità del transito, della trasformazione, degli scambi, ma anche del segreto iniziatico, dei Misteri. Il caduceo di Ermes raffigura i due serpenti, simbolo degli opposti polari che risalgono l’Asse del mondo, bevendo, o riversando, poi nella coppa i loro principi opposti affinché possano ricongiungersi.

Ermes greco è il Thot egizio, la divinità che presiede esplicitamente alle trasmutazioni alchemiche. Nel Medio Evo, verso l’anno mille, riemerse, per così dire, in Europa il famoso Corpus Ermeticum, attribuito al mitico Ermete Trismegisto, cioè il «tre volte grande», autore della famosa Tavola smeraldina: «Cioè che è in alto è come ciò che è in basso per il potere di una cosa sola», summa alchemica in grado di tramandare la saggezza trasmutatoria nel tempo a chi fosse stato capace di comprenderla e di farne saggiamente buon uso. L’Ars Magna è dunque legata al dio Ermes dai tempi dell’antico Egitto, la «terra nera» irrorata dal limo del Nilo, al kema in arabo, da cui deriverebbe il termine «alchimia».

Non è questo il luogo per entrare nelle procedure alchemiche; qui ci basti riprendere l’assunto che l’alambicco è ermetico proprio perché risponde, sia a livello funzionale, sia a livello simbolico – aspetti che nella Grande Opera sono uno specchio dell’altro – all’operazione principale, cioè quella della dissoluzione prima e della ricomposizione dopo, della materia operata. E per fare questo servono appunto le sue tre parti, immutate nei secoli: il vaso per il riscaldamento, il suo coperchio per l’evaporazione e l’apparato di condensazione. Ecco allora che si chiarisce la corrispondenza tra simbologia e operatività alchemico-spagirica.

Per quanto concerne il vaso, la «cucurbita», o «caldaia», essa deve non solo contenere la materia da operare, ma anche proteggerla mentre il calore la dissolve (solve). La parte contenitiva viene detta «cucurbita» dato che ricorda una zucca: è l’analogo della zucca che i pellegrini sulla via di Santiago di Compostela, spesso alchimisti essi stessi, utilizzavano per l’acqua, la Prima Materia senza la quale il viaggio non era possibile.

Si passa poi all’«elmo» o «capitello» o «duomo»: «Se la porta stretta vuoi passare sempre l’elmo devi portare». Così recita una filastrocca ermetica, in cui la «porta stretta» è l’ingresso per la via operativa, mentre l’«elmo» è appunto la parte che chiude ermeticamente il vaso dell’alambicco, consentendo al tempo stesso l’apertura della porta simbolica. Una discorso a parte meriterebbero le varie tecniche che, nei secoli, hanno consentito di unire questi due pezzi ermeticamente. Solo per citare l’antica Roma, era noto il Lutum, una specie di mastice per sigillare fatto a base di farina e bianco d’uovo spalmati su pezzi di carta o stoffa che venivano poi applicati alla giuntura tra «cucurbita» ed «elmo».

Si arriva così al «becco di pellicano», come viene chiamato il raccordo tra «elmo» e apparato condensante. Dice la leggenda che il pellicano è in grado, col potente becco, di squarciarsi il petto e farne uscire il sangue per donarlo ai suoi figli, in caso ne avessero bisogno per nutrirsi. Ecco allora spiegata l’analogia tra il pellicano ed il Cristo, il «nostro pellicano», che nella simbologia dell’alchimia di ascendenza cristiana, ma non solo, rappresenta il sacrificio della Prima Materia verso la sua stessa purificazione: l’opera al nero. Per finire la «serpentina», il cui scopo è quello di raffreddare il liquido ottenuto e di farlo così precipitare (coagula). Anche qui il simbolismo relativo al serpente, animale altamente ambivalente, buono e cattivo, saggio e folle, terrestre e celestiale, e via enumerando, che abbiamo già trovato tra gli attributi di Ermes, ben si confà a questa parte fondamentale dell’alambicco. È allora evidente che il serpente rappresenta un principio di trasmutazione, con la sua muta di pelle, e dunque l’essenza stessa dell’Opera che, prima ancora di consistere in una serie di operazioni materiali su un elemento, delinea idealmente una scala con i gradini per la trasformazione spirituale dell’operatore, il suo stesso «mutare la pelle». Come ci ricorda Fulcanelli nel suo Il Mistero delle Cattedrali, questa scala è effigiata insieme alla figura della Filosofia, alla base del pilastro centrale, quello detto del Giudizio Universale, di Nostra Signora di Parigi.

 

Alambicco e distillazione

L’Alambicco è legato, abbiamo detto, al fondamentale processo della distillazione, dal latino stilla, cioè goccia. In Occidente già Aristotele sosteneva che era possibile potabilizzare l’acqua facendola bollire e poi raccogliendone i vapori in via di raffreddamento. Questo ci porta all’evidenza che il processo fu innescato probabilmente… dalla scoperta del fuoco! e che dunque civilizzazioni antiche (Sumeri, Ittiti, Assiri, Inca, Maya etc.), o addirittura preistoriche, possano aver sperimentato qualcosa di simile. Certamente una primitiva distillazione di cereali, specialmente il riso, era presente in Cina e in India, mentre nell’antico Egitto compaiono geroglifici su papiri e dipinti musivi che rappresentano alambicchi rudimentali; ad Alessandria esistevano già vasi per la distillazione delle erbe e delle piante. La ricetta dell’olio di rose che poi divenne nel Medio Evo il famoso olio di Costantino Porfirogeneta, viene da qui, come un famoso procedimento, ancora oggi usato, il cosiddetto «bagno-maria», probabilmente una scoperta di Ippazia.

Ciò significa semplicemente che, come tutti gli apparati per le operazioni fondamentali, l’alambicco non è stato inventato in nessun luogo ed in nessun tempo particolare, ma ne troviamo esempi basati sullo stesso principio di evaporazione-condensazione in tutte le parti del mondo ed in diversi periodi, anche arcaici. Queste evidenze smentiscono ulteriormente, se ce ne fosse ancora bisogno, la visione eurocentrica che vuole certi procedimenti appannaggio specifico della cultura europea, al massimo con il contributo residuale di quella araba.

Per quanto concerne l’Europa, dunque, sembra che la storia dell’alambicco cominci in un’area corrispondente nell’odierna Slovacchia sud-occidentale. Qui, nel sito archeologico di Abrahám, sono stati rinvenuti i resti del più antico alambicco. Si tratta di uno strumento costruito nientemeno che nel 4000 a. C. composto da tre pezzi distinti assemblati poi in un unico corpo. Il liquido veniva riscaldato nel recipiente basso, vaporizzava e condensava sulle pareti di un coperchio convesso che convogliava a sua volta il distillato in un collettore anulare; una tecnologia definita «estrazione ad anello di recupero». Alambicchi simili ci sono pervenuti dall’alta valle del fiume Tigri, a Tepe Gawra, vicino a Mosul, dove sono stati rinvenuti frammenti di apparecchi in ceramica risalenti al 3500 a. C..

Recentemente l’archeologo John Bartholomew (2015) ha ricostruito un apparecchio sul disegno di quello slovacco ottenendo un buon distillato alcolico. Lo stesso studioso ha ipotizzato come una curiosa ceramica ritrovata nell’antica capitale degli Hittiti – Hattusa – e datata agli inizi del II millennio a.C. in forma di teiera ma con una particolare struttura interna a doppia parete, potrebbe avere svolto la stessa funzione di alambicco, basato sullo stesso principio di evaporazione e condensazione. Infine, ceramiche simili sono venute alla luce anche in Sardegna, negli scavi della cultura nuragica del II millennio a.C.. Anche qui sono presenti manufatti come quelli trovati in Mesopotamia, cioè ad anello di recupero. I siti sono il Nuraghe Nastasi (Tertenia, Nuoro, XIV-XIII secolo a.C.), e la cosiddetta «capanna delle riunioni» del villaggio nuragico La Prisgiona presso Arzachena.

Una innovazione tecnologica rispetto a questi modelli arcaici la si deve alla civiltà di Pyrgos, nell’isola di Cipro. Scavi recenti hanno riportato alla luce strumenti in cui un «elmo» vero e proprio era appoggiata sopra la «cucurbita» di ceramica, mentre il «becco di pellicano» traportava i vapori in una camera di condensazione immersa in acqua, come nei moderni alambicchi è raffreddata la «serpentina». Dato che vicino sono stati rinvenuti semi d’uva e una giara per vino, l’ipotesi è che il sito fosse attrezzato per compiere una distillazione alcolica a partire da liquidi fermentati.

Passando in Oriente, una tecnica simile a quella cipriota caratterizza i ritrovamenti di Shaikhān Dheri, nella valle di Peshawar, in Pakistan. Reperti del I secolo a. C. mostrano un oggetto del tutto simile agli odierni alambicchi, con camere di condensazione unite ad un distillatore a due corpi. Un importante particolare consiste nel ritrovamento, nel medesimo sito, di numerosi bacini in terracotta dentro ai quali, riempiti d’acqua fredda, veniva poi immerso il recipiente condensatore. Questa sarebbe la più antica evidenza della pratica di raffreddamento del condensatore a posteriori per aumentare il rendimento del prodotto finito, il distillato, in contrasto con l’affermazione della studiosa cinese Lu-Gwei-Djen, secondo la quale: «Nessun distillatore ebbe un sistema di raffreddamento prima del 1000 d.C.».

Arrivando alle Americhe, troviamo un apparato per distillazione in uso presso gli antichi Peruviani in epoca precolombiana. Un contenitore di ceramica veniva posto a ebollizione, sulla sommità veniva messo un coperchio concavo sulla cui superficie inferiore si formava la condensa, mentre un collettore in forma di cucchiaio dotato di un lungo manico concavo sotto alla sua parte inferiore trasportava il distillato verso un contenitore esterno. Un apparato identico fu commercializzato in Inghilterra nel XIX secolo spacciandolo come una nuova invenzione inglese!

Anche la cultura Capacha del Messico occidentale, nell’odierno stato di Colima, e datata al Formativo Arcaico (1500-1000 a.C.), potrebbe aver sviluppato una particolare tecnica di distillazione: qui veniva impiegato come contenitore principale una sorta di vassoio di ceramica a doppia convessità, cioè con una costrizione centrale che ricorda la forma di una zucca di Lagenaria siceraria. Per la condensazione e la raccolta del vapore venivano impiegati altri due tipi di contenitore, sempre in ceramica, che sono stati ritrovati negli stessi siti archeologici, e che si adattano alla forma del corpo principale. Il vaso che fungeva da condensatore veniva appoggiato ermeticamente al collo del primo contenitore; al condensatore sarebbe stato poi applicato, mediante un legaccio, un ulteriore piccolo contenitore di raccolta che pendeva internamente al contenitore principale. Sperimentazioni eseguite con modelli ricostruiti ne hanno dimostrato l’efficienza ai fini della distillazione di bevande alcoliche.

Nel corso dei secoli, l’alambicco si è poi ulteriormente evoluto sino a diventare l’apparecchio odierno che conosciamo, a volte altamente sofisticato, come quelli usati nell’industria della fermentazione dei liquori di lusso, ma il suo «corpo spirituale» è sempre il medesimo, perché le regole dello Spirito, sia esso quello che tutto permea, sia quello che sotto forma di «acqua della vita» si beve, sono sempre le stesse.

 

Raffaele K. Salinari