Walt Disney l’Immortale da Alias 18-1-2014

Si dice che Walt Disney dorma un sonno senza sogni, vetrificato in un sarcofago di scintillante ghiaccio ed acciaio custodito sotto l’attrazione Pirati dei caraibi nel suo regno incantato, Disneyland, in attesa del risveglio. Questa leggenda metropolitana, nata nei mesi successivi al decesso ed ancora vivissima, trova le sue ascendenze simbolico tecnologiche nella filmologia di Disney e nella filosofia cui la sua attività artistica e la sua stessa vita si sono ispirate. Proviamo allora a ricostruire le tracce di questa sua ultima, estrema favola, dell’avventura forse condivisa con due dei suoi personaggi più famosi che, come lui, hanno attraversato il tempo della vita sospesa.

 

I fratelli Grimm

 

Alla fine del 1812 usciva il primo volume delle Kinder und Hausmärchen, le Fiabe dei fratelli Jakob e Wilhelm Grimm. Nel 1815 vedeva la luce il secondo volume e nel 1822 il terzo che comprende un ampio commento alle fiabe raccolte, opera delle ricerche di Wilhelm. La fiaba Biancaneve è contenuta nel primo volume col numero 53. Secondo gli stessi Grimm, la storia di Biancaneve aveva diverse versioni che differivano per il profilo dei protagonisti, ma non per l’ordine simbolico che essi rappresentavano. I fratelli scelsero i personaggi a loro gusto: una principessa, Biancaneve, un eroe, il Principe, un’antagonista, la Matrigna cattiva, e degli aiutanti magici, i Sette Nani.

Secondo lo schema di Vladimir Propp, infatti, contenuto nel libro Morfologia della fiaba, vediamo che l’importante è quello che fa il personaggio, non chi è: se l’eroe è una donna, un uomo, o un orco, come nel caso dell’odierno Shrek, la sostanza fiabesca non cambia. A determinare lo svolgimento della trama è l’azione che l’eroe compie all’interno di uno schema di determinanti simboliche, non le sue caratteristiche fisiche.

 

La simbologia di Biancaneve

 

In Biancaneve queste sono evidentemente racchiuse nella cosiddetta «triade cromatica» che, caratterizzando il personaggio della principessa sin dal suo concepimento, ne determineranno tutta l’esistenza sino alla morte apparente ed al risveglio.

Ecco come i Grimm descrivono il desiderio della madre e la nascita di Biancaneve: «Una volta, nel cuor dell’inverno, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una regina cuciva, seduta accanto a una finestra dalla cornice d’ebano. E così cucendo e alzando gli occhi per guardare la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue. Il rosso era così bello su quel candore, ch’ella pensò: Avessi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come il legno della finestra! Poco dopo diede alla luce una figlioletta bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come l’ebano; e la chiamarono Biancaneve».

La «triade cromatica», bianco, rosso e nero, è una costante nel simbolismo dei riti iniziatici e si ritrova nella ritualità di molte tradizioni esoteriche, a partire dall’alchimia in cui descrive i diversi passaggi dell’Opera, nigredo, albedo e rubedo: opera al nero, al bianco e al rosso, dove questo costituisce non solo il superamento, ma la sintesi di bianco e nero. Nella Massoneria ogni fratello deve prima percorrere il pavimento a scacchi del Tempio per poi arrivare al rosso, il colore emblematico del Grado dell’Arco Reale. Questa triade cromatica è diffusa in tutto il mondo; ne è un esempio il Kurma-Purana (I, 12.79) dove si parla di tre principii teogonici: Krsna (di colore nero), Rakta (rosso) e Sukla (bianco). In Africa, gli Ndembu dello Zambia narrano di tre fiumi misteriosi, bianco rosso e nero, associati a nascita, vita e morte. In Occidente la triade cromatica arcaica era comune nel medioevo in cui il colore intermedio fra bianco e nero non era il grigio, ma proprio il rosso.

La protagonista dell’omonimo film del 1937 incarna dunque essa stessa la «triade cromatica» quando, colpita infine dal maleficio della Matrigna cattiva, sembra morta. Ma sarà proprio mercé la permanenza della sua «triade cromatica» sul corpo esanime che i Sette Nani decideranno di non seppellirla, ma di metterla in un sarcofago trasparente: «I nani, tornando a casa, trovarono Biancaneve che giaceva a terra, e non usciva respiro dalle sue labbra ed era morta. La sollevarono, cercarono se mai ci fosse qualcosa di velenoso, le slacciarono le vesti, le pettinarono i capelli, la lavarono con acqua e vino, ma inutilmente: la cara bambina era morta e non si ridestò. La misero su un cataletto, la circondarono tutti e sette e la piansero, la piansero per tre giorni. Poi volevano sotterrarla; ma in viso, con le sue belle guance rosse, ella era ancora fresca, come se fosse viva. Dissero: non possiamo seppellirla dentro la terra nera, e fecero fare una bara di cristallo, perché la si potesse vedere da ogni lato, ve la deposero e vi misero sopra il suo nome, a lettere d’oro, e scrissero che era figlia di re… Biancaneve rimase molto, molto tempo nella bara, ma non imputridì: sembrava che dormisse, perché era bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l’ebano».

 

La Bella addormentata nel bosco

 

Un tema analogo, anche in questo caso incentrato su un maleficio che getta la protagonista in un sonno profondo, simile ad una morte non morte, lo ritroviamo ne La Bella addormentata nel bosco, fiaba antichissima se pensiamo alla storia di Brunilde, l’eroina addormentata della Saga dei Volsunghi, o al roman di Perceforest del 1340, ambientato al tempo mitico della guerra di Troia. La versione più nota, da cui Walt Disney trasse il suo lungometraggio del 1959, è invece quella pubblicata ne I racconti di Mamma Oca di Charles Perrault, La Belle au bois dormant, a cui si deve il titolo odierno. Interessante notare che il titolo originale francese, a differenza di quelli in italiano ed inglese, parla non di una «bellezza addormentata in un bosco» ma di una «bellezza in un bosco addormentato». E dunque, qui è un intero reame, un Mondo, che dorme in attesa del risveglio. La principessa è circondata sì da un’atmosfera onirica, surreale, ma anche da guardiani magici che la proteggono impedendo a chiunque l’entrata. Una versione simile a quella di Perrault si trova nei Kinder und Hausmärchen dei fratelli Grimm, col titolo Rosaspina. La versione dei Grimm corrisponde a quella di Perrault solo fino al risveglio della principessa.

In entrambe le fiabe, riprese con successo dai film disneiani, il momento clou è certamente il risveglio ad opera dell’Eroe. Biancaneve viene “donata” dai Nani al principe ancora addormentata e durante il trasporto un inciampo farà uscire il boccone di mela avvelenata dalla gola della ragazza, svegliandola. Ne La Bella addormentata sarà il magico bacio d’amore a sciogliere l’incantesimo.

 

Il sonno profondo

 

Quanto dormono le nostre principesse? Naturalmente un tempo che nulla ha a che vedere col kronos quantitativo, ma si identifica col Grande Tempo, il favoloso tempo del mito. Cento anni nella Bella addormentata, cifra simbolica del passaggio secolare, epocale, mentre di Biancaneve non sappiamo, «molto molto tempo» dice la fiaba, dato che i suoi guardiani, i Sette Nani, sono anch’essi esseri sovratemporali, epigoni dei mitologici Telchini di Rodi, esseri naniformi abilissimi nell’arte dei metalli, scopritori e custodi di immani tesori nascosti sotto le viscere della terra, assistenti di Efesto il fabbro divino capace di costruire l’invisibile ma tenace rete che imprigionò, per il diletto degli dei e la sua vergogna, Marte ed Afrodite sul loro letto di amanti.

I Telchini avevano fuso il falcetto con cui Crono aveva evirato Urano, determinando così il passaggio da un evo all’altro, e fabbricato il tridente di Poseidone con cui il dio dominava le forze marine ed il tempo degli uomini che si avventuravano sul vasto mare. Si avverte qui la relazione simbiotica tra i Nani ed il tempo, sotto forma degli oggetti che ne avevano determinato fasi e passaggi, ed anche della loro capacità di custodirne i tesori. Dormono dunque per un tempo indeterminato ed indeterminabile le due principesse, vegliate da forze amiche, circondate da protezioni a guardia del momento del loro risveglio.

 

La prospettiva dell’immortalità

 

Nel 1964, con l’approvazione scientifica di Isaac Asimov, esce in America un libro destinato a fare scalpore: La prospettiva dell’immortalità, di Robert Ettinger, in cui l’autore lancia una prospettiva avveniristica: la criogenesi, cioè il congelamento dei corpi subito dopo la morte, in attesa che la scienza futura possa risvegliarli avendo trovato una cura alla loro malattia. Negli anni Sessanta la fede nella tecnologia era assoluta, anche perché gli imminenti viaggi interplanetari avevano già posto il problema delle lunghe distanze da percorrere in animazione sospesa, o attraverso la creazione dei cyborg, neologismo formato dalle parole cybernetic e organism, cioè organismi umani potenziati ed integrati (cibernetici) con parti non biologiche al fine di resistere alle condizioni estreme dello spazio profondo.

Gli antecedenti fantascientifici sono molti, ma per Ettinger in particolare, vale il racconto di Neil R. Jones, The Jameson Satellite, letto all’età di 12 anni sulla rivista Amazing Stories,in cui un cero Professor Jameson viene inviato nello spazio e qui rimane congelato sino al risveglio ad opera di una civiltà aliena. Ettinger fonda dunque, a metà degli anni Sessanta, la Crionics, società che si occupa di conservare in azoto liquido, vetrificati a temperature di -223 gradi, corpi di persone decedute. L’organizzazione vede come prima «cliente» sperimentale la madre di Ettinger; poi, sino ad anni recenti, un centinaio di persone decidono di affrontare la spesa del trattamento, circa 120 mila dollari, ed infine Ettinger stesso nel 2011.

Al momento le quotazioni dell’ibernazione umana post mortem (molto diversa da quella naturale di certi animali) sembrano non buone, e molte persone si «scioglieranno» tra qualche anno perché i soldi per mantenerli sotto zero sono finiti e la crisi morde anche le prospettive dell’immortalità. Solo la fantascienza filmica e narrativa continuano a sfornare continui ibernati, dal Dormiglione di Woody Allen sino ai più moderni alieni del Prometheus di Ridley Scott, mentre la scienza attualmente disponibile si accontenta di operare in ipotermia.

Per raccogliere fondi, costituire la società, e promuovere il movimento crionico, Ettinger aveva inviato circa 200 lettere mirate ai più importanti uomini degli USA, illustrando loro i vantaggi dell’operazione. Tra i destinatari di queste lettere vi era anche Walt Disney.

 

La morte di Disney

 

La lettera arriva in un momento molto particolare per la vita dell’autore di Biancaneve e la Bella addormentata. La sua salute si è deteriorata, tanto che decide ad entrare al St. Joseph Hospital a poca distanza dai suoi studios, il 2 novembre 1966. Durante gli accertamenti per dolori al collo ed a una gamba, i medici diagnosticano un tumore al polmone sinistro e consigliano un intervento chirurgico immediato, che ha luogo il 7 novembre; ma l’esito della biopsia ai linfonodi è infausto: Disney ha solo pochi giorni di vita; muore la mattina del 15 dicembre 1966.

Nei mesi successivi si diffonde insistentemente la voce che lo vuole ibernato, seguendo la tecnica proposta da Ettinger, a Disneyland, e più precisamente sotto il classico Pirati dei caraibi, attrazione tra le prime ad essere attivata quando il fatato Mondo di Disney viene fondato nel 1955. Se si considera che la prima «sospensione crionica» ufficiale ha avuto luogo appena un mese dopo la sua morte – James Bedford, uno psicologo di 73 anni il 12 gennaio 1967 – non era affatto inverosimile immaginare che Disney avrebbe precorso i tempi.

Ed i tempi di Disney sono anche quelli da lui vissuti non solo nel rispetto delle favole, ma anche di altre e più documentate pratiche tradizionali. Per quanto concerne quest’ultimo aspetto, dobbiamo ricordare che Disney era molto probabilmente un massone. Inscritto sin da giovane all’Ordine De Molay, considerato l’anticamera della Massoneria per i giovani dai 12 ai 20 anni, mai smentì in seguito l’appartenenza al Tempio. Molti hanno osservato con sguardo pregiudizievole le sue opere ed hanno effettivamente trovato qua e là simboli massonici, in particolare squadre, compassi e pentacoli sparsi per vari cartoni animati e fumetti, ma se questo certo non basta a fare di Disney un fervente massone, ancora meno, come qualche detrattore della tradizione massonica ha dichiarato, lo rende un vero e proprio satanista.

Comunque molto significative, come abbiamo visto, sono le tracce simboliche tradizionali che si trovano nei suoi lungometraggi, ed in particolare la ricorrente allusione ai temi della vita risvegliata dopo un percorso iniziatico. Lui stesso si considerava in qualche modo un mago, tanto che nell’episodio dell’Apprendista stregone in Fantasia, il nome del mago è Yen Sid, anagramma di Disney. Zio Walt, come veniva familiarmente chiamato dai suoi collaboratori, era inoltre un mix davvero unico di tradizione, i testi originari delle sue favole, ed innovazione tecnologica, pensiamo a quanto d’avanguardia fossero le sue tecniche di animazione.

Anche se le origini della storia inerente alla sua ibernazione sono sconosciute – la prima versione stampata del rumor appare sulla rivista Ici Paris nel 1969 – è certamente facile capire perché la voce è così incredibilmente insistente e perdura a tutt’oggi. Negli anni immediatamente precedenti la sua morte, Disney è stato coinvolto in una serie di progetti futuristici che hanno consolidato la sua immagine di visionario tecnologico. A Disneyland vi sono, sin dagli anni Cinquanta, attrazioni come l’avveniristica monorotaia, la casa del futuro, o ancora il viaggio sulla luna. In seguito, sempre in anticipo sui tempi e sulla comune immaginazione, l’introduzione di figure audio-animatronic ma soprattutto i dichiarati piani di Disney per la sua «comunità di domani» in Florida, hanno reso facile credere che egli fosse un passo avanti a tutti, anche nella pianificazione della sua morte.

Contro la leggenda metropolitana che lo vuole ibernato, come la Bella addormentata o come Biancaneve, circondato da un mondo a sua volta fatato, come appunto è Disneyland, protetto dalle sue creature più fidate e potenti, in attesa di essere risvegliato da quella tecnologia in cui egli stesso credeva fermamente, voci più ufficiali – ma forse proprio per questo più sospette di voler sviare l’attenzione – dichiarano che Walt Disney è stato cremato (ovviamente l’esatto opposto dell’ibernazione) e che le ceneri riposano, per suo espresso volere, in un luogo discreto, all’interno di un bosco (un altro bosco), precisamente nel Forest Lawn Memorial Park di Glendale.

Ma per l’Immortale padre di Topolino, forse un giorno, come la fenice, sarà possibile anche rinascere dalle sue stesse ceneri.

 

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Raffaele K. Salinari