Lo specchio di Pitagora, da Alias 15-2-2014

 

È pos­si­bile scri­vere sulla fac­cia della luna? Usare il nostro satel­lite not­turno per comu­ni­care a distanza? Si tra­manda che nell’antichità il sapiente Pita­gora avesse con­ce­pito uno spec­chio in grado di farlo. L’erudito gesuita Atha­na­sius Kir­cher, assem­bla­tore di una delle più monu­men­tali Wun­der­kam­mer del Sei­cento, espone que­sta sug­ge­stiva pos­si­bi­lità nel suo Nuova Crip­to­lo­gia, ampliando la tesi con­te­nuta nel Magiae natu­ra­lis di G.B. Della Porta (1589), legata al leg­gen­da­rio spec­chio pita­go­rico: «Ho detto ed osser­vato che noi pos­siamo uti­liz­zare que­sto arti­fi­cio [uno spec­chio a tronco di cono] per cose grandi e mera­vi­gliose, e prin­ci­pal­mente per scri­vere delle let­tere sul disco lunare, per­ché qua­lun­que cosa si sia trac­ciata su que­sto spec­chio, come ho detto, esso la invia a distanza illi­mi­tata, lon­tana quanto la luna, essedo par­ti­co­lar­mente aiu­tato dalla sua luce».

 

Rafael Mirami, nella sua Com­pen­diosa intro­dut­tione alla prima parte della spe­cu­la­ria (1582), aveva già soste­nuto che «gli spec­chi di Pita­gora erano tal­mente lucidi, e fatti con sot­tile arti­fi­cio, che egli diede occa­sione di cre­dere che per vie riflesse facesse vedere nel corpo lumi­noso della luna imma­gini di let­tere». Affer­mato que­sto, l’autore si guarda bene dallo sve­lare il segreto della con­creta rea­liz­za­zione del pro­di­gio, tanto che Kir­cher, basa­tosi su que­sti studi per pro­varne l’esperienza, ammette una simile pos­si­bi­lità ma solo a con­di­zione di un inter­vento diabolico.

 

 

 

Lo Spec­chio di Pitagora

 

Ma da dove ori­gina que­sta sto­ria, chi per primo descrive lo Spec­chio di Pita­gora e la sua capa­cità di scrit­tura sulla luna? Jur­gis Bal­trušaits, nel suo eru­dito Lo spec­chio (1981) pone la genesi del pro­di­gio all’interno delle Nuvole di Ari­sto­fane, in cui ad un certo punto Strep­siade replica a Socrate: «Se io assol­dassi una maga tes­sa­lica e facessi scen­dere di notte la luna, e poi la rin­chiu­dessi in un astuc­cio tondo come uno spec­chio?». Alle maghe tes­sa­li­che era attri­buito sia da Pla­tone sia da Pli­nio que­sto potere di far scen­dere la luna dal cielo, che poi il pro­ta­go­ni­sta custo­di­sce in uno scri­gno «tondo come uno spec­chio», tondo come lo spec­chio della luna appunto; lo affer­mava anche Vir­gi­lio che, nelle Buco­li­che, ci dice come ciò avve­nisse: «Attra­verso il potere di magici versi».

 

Certo in appa­renza nulla a che fare con la pos­si­bi­lità del famoso Spec­chio di Pita­gora di scri­verci sopra e pro­iet­tare le scritte sulla luna, ma si dà il caso che uno sco­lia­sta, pro­ba­bil­mente Didimo ales­san­drino, citato nell’Ari­sto­pha­nis comoe­diae unde­cim cum scho­liis anti­quis (1607), tragga lo spunto dalla magica eve­nienza per rife­rire que­sta sto­ria: «Vi è un gioco, inven­tato da Pita­gora, che si fa con uno spec­chio. In tempo di luna piena, qual­cuno scrive su uno spec­chio tutto ciò che vuole con del san­gue e, avendo avver­tito l’altro, si mette die­tro e volge verso la luna le let­tere scritte sullo spec­chio: allora l’altro fis­sando atten­ta­mente lo sguardo nel cer­chio della luna, vi legge tutto ciò che è scritto sullo spec­chio, come fosse scritto sulla luna».

 

Qui, dun­que, nasce l’archetipo dello Spec­chio di Pita­gora, ripreso poi nella Suida del X secolo (greco: Σοῦδα o Σουίδα) les­sico ed enci­clo­pe­dia sto­rica scritta in greco bizan­tino riguar­dante l’antico mondo medi­ter­ra­neo. Il nome deri­ve­rebbe da Sui­das, ovvero l’autore stesso dell’enciclopedia, che peral­tro ricorre nella pre­fa­zione. Nella breve descri­zione dello sco­lia­sta sono ripor­tati tutti gli ele­menti dell’archetipo favo­loso: lo spec­chio arte­fatto, la luna descritta anch’essa come spec­chio riflet­tente, la com­po­nente magico stre­go­ne­sca fem­mi­nile, Pita­gora e l’immancabile san­gue che tanta parte avrà nei secoli bui dell’Inquisizione per tra­sfor­mare il tutto in rituale diabolico.

 

Ma lo straor­di­na­rio stru­mento non era l’unico del suo genere nell’antichità: Luciano di Samo­sata nel suo La sto­ria vera (in greco Aληθῆ διηγήματα, pro­pria­mente Sto­rie vere), narra un viag­gio sulla luna, descritta come un’isola sospesa per aria, tonda e lumi­nosa, dove trova un oggetto simile: «Vidi un’ancor più grande mera­vi­glia nel palazzo del Re [il Re Endi­mione]. Era un grande spec­chio sospeso sopra un pozzo non molto pro­fondo. Scen­dendo nel pozzo si udiva tutto ciò che era detto sulla terra e guar­dando nello spec­chio vi si vede­vano tutte le città e tutti i popoli come se si fosse in mezzo a loro».

 

Le ana­lo­gie tra i due stru­menti sono evi­den­te­mente su basi catrot­ti­che, com­ple­tan­dosi lo stru­mento di Luciano con una sorta di «orec­chio di Dio­ni­sio», come quello che il tiranno di Sira­cusa aveva rea­liz­zato allo stesso scopo di inter­cet­ta­zione audi­tiva. Nihil novi sub sole ver­rebbe da dire, alla luce, è il caso, delle odierne rive­la­zioni di E. Snowden.

 

Se ana­liz­ziamo sin­go­lar­mente que­ste com­po­nenti tro­viamo il loro nesso cau­sale nella più remota anti­chità. In pri­mis la luna: «La luna non è uno spec­chio e non ha nep­pure la super­fi­cie liscia…». Se Gaspar Schott nel suo Magia uni­ver­sa­lis natura et artis (1657) si sente in dovere di pro­ce­dere ad una accu­rata dimo­stra­zione di que­sto assunto, è per­ché sin dai tempi di Pli­nio, e molto prima, l’umanità inda­gava il potere riflet­tente della luna, dato che il sole vi appa­riva in toto, pur ridotto in dimen­sioni, nella sua fase piena. Che il corpo lunare, a dispetto delle sue irre­go­la­rità, sia uno spec­chio con­vesso, è evi­dente; e dun­que la sua natura di gigan­te­sca mac­china catrot­tica non è negata da nes­suno; come per le nuvole, anch’esse irre­go­lari ma quando «dense e lisce», come le descrive Seneca, capaci, in certe cir­co­stanze, di riflet­tere e mol­ti­pli­care l’immagine del sole.

 

L’inquietante appa­ri­zione del sole mul­ti­plo è descritta anche nell’Eneide quando Didone vede risplen­dere nel cielo due soli e con essi due città di Tebe: «Et solem gemi­num et dupli­ces se osten­dere The­bas» (IV-469). Giro­lamo Car­dano (1550) descrive il feno­meno dei soli mul­ti­pli osser­vato di per­sona a Vene­zia, ripren­dendo le osser­va­zioni di Seneca: «Quando una nube spessa, pronta a get­tar piog­gia, si trova accanto al sole, e que­sto imprime la sua imma­gine in quella, come vediamo che fa un acciaio ben bru­nito e levigato…».

 

Come la luna, infine, gli spec­chi di nubi non riflet­tono solo gli astri ma qual­siasi oggetto che gli si pari dinanzi, così da creare esseri fan­ta­stici, pre­sagi di disgra­zia o di glo­ria. Cor­ne­lio Agrippa (1529) descrive il feno­meno con que­ste parole: «E vediamo, quando sof­fia il vento del sud, come l’aria si con­densa in pic­cole nubi nelle quali si riflet­tono remote imma­gini di castelli, mon­ta­gne, cavalli, uomini ed altre cose che via via che esse si allon­ta­nano svaniscono…».

 

L’autore nomina anche il famoso spec­chio pita­go­rico, affer­mando che se ne poteva trarre van­tag­gio per le comu­ni­ca­zioni: al tempo in cui Fran­ce­sco I faceva la guerra a Carlo V per il Ducato di Milano, lo spec­chio sarebbe stato usato per tra­smet­tere infor­ma­zioni tra que­sta città e Parigi. In tempi con­tem­po­ra­nei il poeta cala­brese Pino Chia­relli rac­con­tava che da ragazzo, accom­pa­gnando il padre alla marina, guar­dava attra­verso un fondo di bot­ti­glia le caro­vane dei deserti riflesse sulla luna.

 

 

 

Da sapiente a stregone

 

Citata a più riprese, spesso senza men­zio­nare le fonti, la leg­genda dello Spec­chio di Pita­gora viene arric­chita nei secoli da ine­diti par­ti­co­lari. La ver­sione del Cin­que­cento, che ser­virà poi da testo base per suc­ces­sive inter­po­la­zioni, la si deve a Natale Conti, un mito­grafo mila­nese che nel suo Della luna (1551) riprende tutti gli ele­menti della sto­ria, a par­tire dalle stre­ghe della Tes­sa­glia per arri­vare poi al famoso oggetto: «Gli Anti­chi hanno scritto che que­sta opi­nione deriva dal fatto che si face­vano certi spec­chi rotondi, quasi a rap­pre­sen­tare la luna strap­pata dal cielo. E che ciò fu una inven­zione di Pita­gora». L’oggetto viene posto così alla radice del potere delle donne tes­sa­li­che, creando un cor­to­cir­cuito imma­gi­nale tra la luna tirata giù e lo spec­chio che ne ripro­du­ceva la forma e le carat­te­ri­sti­che catrottiche.

 

Il Conti riprende anche la ver­sione di Agrippa sull’uso mili­tare dello Spec­chio, avendo sen­tito forse di per­sona le sto­rie che si rac­con­ta­vano su di esso durante l’assedio che, da bam­bino, aveva vis­suto. Ma all’epoca, come poi sug­gel­lerà l’autorevole Kir­cher, que­sta sorta di tra­smis­sione via satel­lite ante lit­te­ram, puz­zava ora­mai di zolfo diabolico.

 

E così si tra­passa, su una sorta di piano incli­nato, dall’antichità piena di splen­denti divi­nità olim­pi­che e di sapienti, verso un oriz­zonte fosco popo­lato da maghi e fat­tuc­chiere, intenti a semi­nare il verbo degli dei falsi e bugiardi, ispi­rati natu­ral­mente dal Mali­gno. In que­sto nuovo sce­na­rio, domi­nato dall’Inquisizione, lo Spec­chio di Pita­gora diventa uno stru­mento dia­bo­lico, così come il suo sco­pri­tore un negro­mante della peg­gior specie.

 

In par­ti­co­lare vi era un aspetto, ripor­tato dall’antica fonte dello sco­lia­sta, che sug­ge­riva l’uso mal­va­gio dell’oggetto: il san­gue usato per scri­vere le let­tere. Agli stu­diosi di ottica antica ed ai mito­logi suc­ce­de­vano quindi i demo­no­logi; tra que­sti il primo ad occu­parsi della fac­cenda, da un ine­dito punto di vista, fu Le Loyer che, alla fine del Cin­que­cento, ci dà una nuova tra­du­zione in versi del passo di Ari­sto­fane nella quale com­pare la descri­zione del famoso astuc­cio a forma di spec­chio in cui rin­chiu­dere la luna e che, secondo lui, sarebbe ven­tru lui­sant cioè sferico-convesso. Per tra­spo­si­zione ana­lo­gica dun­que, lo Spec­chio di Pita­gora avrebbe avuto la stessa forma.

 

Ma l’attenzione di Le Loyer si sof­ferma espli­ci­ta­mente sul «chi è» del san­gue col quale si trac­cia­vano le let­tere da tra­smet­tere pre­ci­san­done la natura, men­tre si spinge sino a darci la defi­ni­zione del manu­fatto: «Al riguardo lo sco­lia­sta rife­ri­sce che Pita­gora scri­veva col san­gue umano sullo spec­chio pan­ciuto che i Greci chia­mano catop­tron. Lascio ora pen­sare ai Pom­po­naz­ziani se que­sto spec­chio e que­ste let­tere scritte con il san­gue umano non siano simili al loro san­gue di caprone ed ai loro spec­chi oppo­sti al chia­rore del sole o della luna e frutto entrambi dell’arte del dia­volo e non di altro». Ecco allora, oltre ogni ragio­ne­vole dub­bio, fis­sato il segno satanico.

 

Come accade spesso nelle que­stioni eccle­siali e dot­tri­nali, ber­sa­glio dell’inquisitore erano dun­que anche i tar­divi, ma tenaci, seguaci di Pie­tro Pom­po­nazzi che aveva soste­nuto, nel suo Trac­ta­tus de immor­ta­li­tate ani­mae del 1516, come l’immortalità dell’anima non potesse essere dimo­strata razio­nal­mente. Lo scan­dalo susci­tato dal testo fu enorme: attac­cato da più parti, il libro venne pub­bli­ca­mente bru­ciato a Vene­zia. Denun­ciato come ere­tico dall’agostiniano Ambro­gio Fian­dino, solo la difesa del car­di­nale Pie­tro Bembo gli per­mise di evi­tare il rogo, ma nel 1518 è comun­que con­dan­nato da Leone X a ritrat­tare. Pom­po­nazzi non ritratta ma si difende con diverse apo­lo­gie che comun­que non lo sca­gio­nano dalla ter­ri­bile accusa.

 

Ecco dun­que posti in risalto i nuovi ele­menti sata­nici, primo tra tutti il san­gue: non un gene­rico san­gue ani­male o, come vedremo, anche di ori­gine vege­tale, ma imman­ca­bil­mente umano. E poi il catop­tron che defi­niva non una sem­plice ottica di super­fi­cie con carat­te­ri­sti­che riflet­tenti, ma un appo­sito appa­rato per la catop­tro­man­zia, cioè la divi­na­zione attra­verso gli spec­chi. E dun­que le con­clu­sioni sono nette e suo­nano come una con­danna senza appello: «Pita­gora fu il più grande mago del suo tempo e per di più stretto alleato del Dia­volo, come testi­mo­niano i falsi mira­coli e le impo­sture che si leg­gono su di lui».

 

Raf­fi­gu­rato nel medioevo, con­for­me­mente ad Isi­doro di Sivi­glia e Cas­sio­doro, tra i pro­tet­tori delle Arti Libe­rali come inven­tore della musica, adesso è rele­gato nel regno del Maligno.

 

La pre­senza di uno spec­chio con­vesso, cioè di qual­siasi super­fi­cie semi­sfe­rica in grado di riflet­tere, diven­tava così un indi­zio di com­mer­cio col demo­nio; se poi si ritro­va­vano tracce di san­gue umano la prova demo­no­lo­gica era irre­fu­ta­bile. Restava però ancora da diri­mere la con­tro­ver­sia rela­tiva alla natura di que­sto san­gue: come dimo­strare che fosse umano? All’epoca la scienza non era così avan­zata in que­sto campo e le prove che oggi ci amman­ni­scono i vari serial tele­vi­sivi di inda­gine poli­zie­sca, con le loro sadi­che raf­fi­na­tezze, erano di là da venire.

 

Pur nell’oscura atmo­sfera inqui­si­to­ria dun­que, alcune menti illu­mi­nate cer­ca­vano di difen­dere le povere donne dall’accusa di stre­go­ne­ria. In certi casi, infatti, l’Inquisizione si acca­niva su deter­mi­nati gruppi per motivi chia­ra­mente poli­tici e allora le accuse erano bas­sa­mente stru­men­tali e riguar­da­vano, ad esem­pio, la popo­la­zione fem­mi­nile nel suo com­plesso: è il caso dell’inquisitore gesuita Tor­re­blanca che, nella prima decina del Sei­cento, imper­ver­sava nella regione basca bru­ciando le donne locali come forse un tempo avrebbe fatto con quelle della Tessaglia.

 

E così, a discolpa delle varie evi­denze di san­gue umano tro­vato sulle povere sto­vi­glie di que­ste con­ta­dine — nel frat­tempo, infatti, per como­dità inqui­si­to­ria lo spec­chio con­vesso si era tra­sfor­mato in sem­plice bacile con­cavo — qual­cuno avanzò l’ipotesi che in realtà il san­gue uti­liz­zato da Pita­gora non fosse tale, ma sem­pli­ce­mente un liquido simile otte­nuto dalle fave pestate, mate­riale appunto molto comune in cam­pa­gna, e che in que­sto modo non si fosse in pre­senza del demo­nio ma di un sem­plice pec­cato di gola.

 

Certo la rela­zione tra spec­chio e Mali­gno, così come tra que­sto oggetto e la divi­nità o le divi­nità, è stret­tis­sima e vastis­sima. Si parte dallo spec­chio di Hathor nell’antico Egitto, per tran­si­tare poi allo scudo di Teseo usato come spec­chio per tagliare la testa alla gor­gone Medusa, o a quello attra­verso cui Dio­niso crea il mondo, sino ad arri­vare, con una lun­ghis­sima ed inin­ter­rotta sequenza mitologico-simbolica, sino al suo valore per la spi­ri­tua­lità mono­tei­sta giudaico-cristiana: basta pen­sare alla famosa frase di S. Paolo in Corinzi I, 13, 12: «Vide­mus nunc per spe­cu­lum in aenig­mate», rife­rita alla visione divina, men­tre il volto stesso di Mosè risplen­deva come uno spec­chio dopo la sua discesa dal monte Sinai.

 

Il Mali­gno, da parte sua, ha una com­pro­vata con­sue­tu­dine con gli spec­chi, pro­prio attra­verso il loro uso a scopi divi­na­tori o evo­ca­tori della sua mul­ti­forme pre­senza. Nell’iconografia medioe­vale tro­viamo molte illu­stra­zioni dello spec­chio die­tro il quale si nascon­dono dia­voli ten­ta­tori o bran­diti da demoni dinanzi ai pec­ca­tori ora­mai tra­volti dalle fiamme eterne, e diverse raf­fi­gu­ra­zioni del detto: Le mirior c’est le vray cul du Dia­ble.

 

 

 

Il tra­monto dello Specchio

 

Ma, come per molte altre arti demo­nia­che, non fu l’Inquisizione a deter­mi­nare il tra­monto dello Spec­chio di Pita­gora, bensì la nuova scienza che, da Gali­leo in avanti, stava affer­man­dosi col suo metodo spe­ri­men­tale. L’evidenza scien­ti­fica della seconda metà del Sei­cento, infatti, appunta le sue cri­ti­che su alcune que­stioni otti­che che a quel tempo erano già state stu­diate accu­ra­ta­mente: prima fra tutte la diver­genza dei raggi pro­iet­tati a così grande distanza, e poi l’indebolimento della lumi­no­sità dovuta allo stesso fat­tore. Anche Tom­maso Cam­pa­nella, che era stato in pri­gione come ere­tico per ven­ti­sette anni, appog­giava que­ste tesi in quanto dot­tri­nal­mente con­tra­rio alla stregoneria.

 

Pita­gora ed il suo Spec­chio sono ora­mai preda della pode­rosa pole­mica tra fede e scienza che si è aperta verso il Secolo dei Lumi. E allora, le cono­scenze che supe­rano l’intelletto umano sono o no sospette di essere intrin­se­ca­mente dia­bo­li­che, o si tratta solo di seco­la­riz­zarle a teo­ria scien­ti­fica? «Le scienze mate­ma­ti­che sono la causa della rovina della nostra Repub­blica cri­stiana!», afferma Massè sul finire del Cin­que­cento. Il segno del Mali­gno viene impo­sto ancora ad opere poste­riori a Car­te­sio; la Chiesa rifiuta di sca­gio­nare Gali­leo sino al secolo scorso.

 

Ma, se nel corso del XVII secolo l’elemento demo­niaco scom­pare pro­gres­si­va­mente ad opera della scienza, l’antica leg­genda dell’assedio di Milano e della tra­smis­sione via satel­lite lunare verso Parigi rimane imbal­sa­mata all’interno di un… luna­rio che nar­rava una sto­ria per ogni giorno dell’anno. E così nell’edizione del 1680, il giorno 22 di giu­gno, si legge una ricetta pra­tica che titola: «Maniera per cono­scere le cose assenti senza magia: biso­gna scri­verle a grandi let­tere su uno spec­chio e vol­gerlo verso la luna, la quale le farà cono­scere in un altro spec­chio dove la si guarda».

 

E così torna alla mente la frase attri­buita ad Archi­mede: «Fece una colomba Pita­gora che volava come una vera. Sin­ché il mistero non si capi­sce è magia, dopo resta la vol­gare scienza».

 

caravaggio marta e maddalena 1598