Le quattro morti di Gabriele D’Annunzio da Alias 5-10-2103

Le quattro morti di Gabriele D’Annunzio

 

«Sono in una notte di tregua, disceso dalla mia officina, più scorato che stanco; perché quando in un’ora di grazia io sento di aver discoperto per pochi attimi il volto della bellezza e di averle rapito alcun lineamento e trasposto per pochi attimi o per i volubili secoli, perché ho sempre il desiderio di annientarmi, di dissolvermi?».

Così Gabriele D’Annunzio si confessa nel suo Libro Segreto. Ma il cupio dissolvi della morte non poteva essere per il Vate, uomo d’armi e di amori – erotica heroíca – semplice fatto letterario o moto dell’anima. E infatti, «disprezzando di morire tra due lenzuola, tento la mia ultima invenzione»: niente meno di questo annuncia egli stesso in un sibillino messaggio del 1937, pochi mesi prima della sua «morte eterna», avvenuta il 1 marzo del 1938. Curiosamente la stampa dell’epoca, abituata agli annunci iperbolici del Poeta, interpreta la frase con queste parole: «Il Poeta ha deciso, quando sentirà l’ora del trapasso, di immergersi in un bagno che provocherà immediatamente la morte e contemporaneamente distruggerà i tessuti del suo corpo. È il Poeta stesso che ha scoperto la formula del liquido».

 

Gli annunci di morte

 

Questa fantasia di dissoluzione, questo vagheggiare una scomparsa del corpo fisico, anche se non servì fattualmente al Vate, aggiunse certamente un ulteriore capitolo a quella sequela di «morti annunciate» che aveva costellato tutta la sua vita.

Il rapporto di D’Annunzio con la previsione della «morte eterna», e con le «morti intermedie» che egli soggettivamente visse, segnano la sua biografia sin dalla gioventù. Nel novembre del 1880, a soli diciassette anni, scrive alla Gazzetta della domenica di Firenze una cartolina a firma G. Rutini dove annuncia che «il giovane poeta, già noto nella repubblica delle lettere, di cui si è parlato spesso su questo giornale, è morto, cadendo da cavallo sulla strada di Francavilla». Naturalmente fu lo stesso poeta, dopo che i suoi si erano meravigliati per le condoglianze che andavano ricevendo, a smentire la falsa notizia.

Qualche decennio dopo, all’inizio del secolo, costretto a letto e con un occhio bendato – circostanza che tornerà altre volte nella sua vita – a causa di una palla di neve tiratagli dalla bella nipote di Lady Hamilton, dichiarò solennemente di sapere che sarebbe morto tra il 1905 ed il 1906. Passato anche questo anno fatidico, il 28 agosto 1907 il Mattino di Napoli, in occasione della Coppa Florio organizzata a Brescia scriveva: «Gabriele D’Annunzio corre a 120 all’ora perché una fattucchiera gli ha predetto con certezza che non morirà prima del 1909, per colpa di una pugnalata al cuore. Il poeta conosce il giorno e l’ora esatti del suo decesso». E ancora, nel 1908, mentre viveva nella villa «La Versiliana», annunciò ai parenti la sua morte per il 17 aprile di quello stesso anno: lo aveva detto una maga fiorentina.

Un’altra volta la data fu fissata per il 17 luglio 1910, addirittura profetizzata da Madame de Thèbes (1845-1916), pseudonimo di Anne Victorine Savigny, notissima veggente e chiromante francese che esercitava presso il suo studio a Parigi nell’avenue de Wagram. Ogni anno, a Natale, la Madame pubblicava le sue profezie e, tra queste, D’Annunzio dichiarò di aver letto anche quella della sua morte. Evidentemente uno dei due si sbagliava.

Gli annunci si susseguirono numerosi in tutta la sua vita, ne troviamo diverse tracce nel Libro Segreto, sino agli ultimissimi, pochi mesi prima di morire realmente, come quando scrive all’amico Maroni nel luglio del 1937: «Tu sai, tu indovini, che io sono in punto di morte», o ancora, nel febbraio 1938 a Tom Antongini: «Credo che sono morto come il cavalier Baiardo all’assedio di Brescia… L’anniversario cadrà poco prima del mio marzo funebre».

 

Il «marzo funebre» e il lunario Barbanera

 

Ed è allora, in quel fatidico 1938, che le spacconate sulla sua morte, le previsioni fallaci o inventate per attirare, ancora una volta, l’attenzione su di sé, sembrano condensarsi sino a precipitare addosso al Vate come il filo di una falce fatale. In effetto, come sappiamo, il «marzo funebre» arriverà: il 1 marzo di quello stesso anno una emorragia celebrale stroncherà il Vate. Curiosa coincidenza, tra le altre che vedremo, in una lettera del 1935 a Mussolini, il Poeta dichiara: «il mio cranio di lucido cristallo può incrinarsi facilmente». Tutti questi annunci preconizzatori, i numerosi accenni alla morte che cospargono le sue memorie, così come il richiamo a questa nelle sue opere – pensiamo solo al Trionfo della morte, alla Contemplazione della morte, per non citare che i testi più noti – ci dicono allora non solo di qualcosa di letterario, estetizzante, decadente, come era nello stile del Poeta, ma forse di una profezia che egli vuole si avveri, in altre parole di una morte non solo «annunciata», allusiva, ma anche cercata ed infine, ottenuta.

Come si spiega, infatti, la inquietante circostanza che vuole il Vate morire proprio nel marzo previsto nella sua ultima missiva, col capo chino sul suo scrittoio nella Zambracca, la stanza che usava al Vittoriale per comporre i suoi poemi, e con il dito ad indicare la data esatta, cerchiata di rosso, del lunario Barbanera che vaticinava per quel giorno «la morte di un italiano illustre»?

D’Annunzio non fece mai mistero di consultare il famoso lunario che, anzi, era per lui «il fiore dei tempi e la saggezza delle nazioni». Il Barbanera era il suo livre de chevet, come confessa al parroco di Gardone Riviera quando gli scrive: «la gente comune pensa che al mio capezzale io abbia l’Iliade o l’Odissea, o la Bibbia o Virgilio, o Flacco o Dante, invece…». E allora, date le circostanze, si potrebbe avanzare l’ipotesi di un suicidio? La morte per emorragia cerebrale risulta dal certificato medico stilato dal dottor Alberto Cesari, primario dell’ospedale di Salò, e dal dottor Antonio Duse, medico curante del Poeta. Ma di fronte alla ragion di Stato, specie in epoca fascista e considerando la figura pubblica e politica di D’Annunzio, ogni ipotesi è plausibile. La segretezza mantenuta sul suicidio può essere variamente giustificata, non ultimo dal fatto che, se fosse stata resa pubblica la morte volontaria, non si sarebbe potuto celebrare il solenne funerale religioso, con l’immaginabile imbarazzo per il Duce, a nemmeno dieci anni di distanza dai Patti Lateranensi.

Sospettosa circostanza, in aggiunta alla misteriosa profezia del Barbanera e della location della morte, i funerali furono organizzati con estrema rapidità. D’Annunzio morì il martedì sera verso le 20 e Mussolini partì da Roma per Gardone Riviera la mattina dopo, il tempo strettamente necessario per disdire gli appuntamenti di Stato e organizzare il treno presidenziale che lo portò a Desenzano con i ministri Ciano, Starace, Alfieri, Benni e il segretario particolare Sebastiani. Le esequie vennero poi celebrate la mattina di giovedì 3 marzo, attorno alle 8,30. Gli onori estremi furono resi, quindi, al Vate della Patria in tempi assai stretti e, soprattutto, evenienza strana in quei casi, senza essere preceduti o seguiti da autopsia e accertamenti che approfondissero le cause del decesso. La morte, infatti, venne certificata come emorragia celebrale solo in base a reperti esterni, clinici, non supportati da esami autoptici.

D’Annunzio aveva 75 anni e da tempo era fisicamente decadente e sessualmente impotente. Scrisse, infatti, all’amante Luisa Baccara, in una lettera del 1 novembre 1934, che era giunto il momento del «Basta», poiché la sua virilità era ormai «caduta». Seguendo questa ipotesi si può citare la testimonianza dell’ex segretario dello scrittore abruzzese, Tom Antongini, che validò l’abitudine di D’Annunzio d’ingerire piccolissime dosi di stricnina e quindi la sua familiarità con i veleni.

 

Le morti vissute

 

Certo la morte ha sfiorato il Poeta diverse volte. Nel 1885, in duello, venne colpito alla testa; in guerra sul Carso o nell’impresa di Fiume dove perse un occhio. Durante la grande Guerra, come ricordò l’amico Marcel Boulenger «un obice quasi cadde ai suoi piedi».

Eppure, in tutte queste occasioni «oggettive», il Poeta non sente la morte come sua. Quante volte, allora, sente di essere morto Gabriele D’Annunzio? Tre sono le morti «soggettive» evocate dal Vate prima di quella «eterna».

La prima ce la descrive nell’incipit de Il libro segreto, cento e cento pagine del poeta tentato di morire: «nel nascere io fui come imbavagliato dalla morte; sicché non diedi grido, né avrei potuto trarre il primo respiro a vivere, se mani esperte e pronte non avessero rotto i nodi e lacerata quella specie di tonaca spegnitrice. Dipoi, nei primi anni dell’infanzia portai al collo, chiusa entro un breve, quella ligatura insolita che l’antichissima superstizione della mia gente reputava propizia». La «prima morte» di D’Annunzio, in effetto, venne evitata attraverso una pratica di magia tradizionale che consisteva nel «corazzare», come disse il Poeta stesso, con ben quattrocento monete di argento il suo corpicino e di appendergli al collo un «abitino» (sorta di contenitore fatto di pelle animale: il breve, di cui parla D’Annunzio) che conteneva pezzi del legamento del suo cordone ombelicale.

Anche il passaggio dalla giovinezza alla maturità è vissuto da D’Annunzio come una «seconda morte». In Esequie della giovinezza così dice. «da che lotto e soffro non mi sono mai sentito morire come oggi. Mi sembra di avere alla punta del cuore quel piccolo varco onde gemono le gocciole eguali della clessidra funebre. Tutto, pensieri sogni ricordi rimpianti, propositi desideri passioni glorie miserie, tutto vi passa; e non è niente. Bisogna che io imbalsami infine il cadavere della giovinezza, che fasciato di bende io lo chiuda tra quattro assi e che io la faccia passare per quella porta, ove lo spettro della vecchiaia è apparso tra i battenti socchiusi e con un accenno quasi familiare mi ha augurato il buon giorno».

Questa è la «seconda morte» del Vate, seguita dopo pochi anni dalla terza: il Volo dell’Arcangelo. Nel 1922, il 13 di agosto, D’Annunzio cadde da una finestra della sua Stanza della musica al Vittoriale, battendo il capo su una pietra sottostante e rimanendo in coma, tra la vita e la morte, per dodici giorni. La dinamica della caduta è piuttosto oscura, essendo legata ad un corteggiamento «ardito» che il Poeta pare ponesse in atto nei confronti di Jole, violinista stimata, ma soprattutto sorella di Luisa Baccara, sua amante del momento: sembra ad un certo punto che Jole, nella foga di svincolarsi dall’abbraccio del Vate, lo abbia inavvertitamente spinto di sotto.

Questo il bollettino dei medici Antonio Duse, Francesco d’Agostino, Davide Giordano, Mario Donati, Raffaele Bastianelli, Augusto Murri: «segni manifesti di frattura della base del cranio estesa all’orbita destra. Commozione cerebrale. stato d’incoscienza. segni di compressione cerebrale dubbi. Disturbi di motilità e di sensibilità non manifesti. ferite lievi escoriate all’arto inferiore destro. leggera contusione a destra del torace. Ambe le mani sono incolumi. non v’è indicazione urgente di atto chirurgico. polso regolare 67. respiro regolare 25. temperatura 37,8. prognosi tuttavia riservata».

Risvegliatosi dal coma scrive immediatamente e di getto questi versi visionari: «io sono Gabriele che mi presento agli dei, fra alati fratelli il più veggente alunno di Postvorta, sacerdote dell’arcano e del divino, interprete dell’umana demenza, volatore caduto dall’alto, principe ed indovino». Il «volatore caduto» si confessa alunno di Postvorta, la divinità romana del passato: la «terza morte» ha chiuso per sempre un altro trancio di vita alle sue spalle.

Anche questo episodio assurge così al rango di «morte vissuta» non solo per la sensibilità irenica del Vate, ma anche per la comparsa del fantasma della sempre amata madre. Poco prima del Volo dell’Arcangelo, infatti, un fotografo aveva ritratto D’Annunzio al tavolo di lavoro. Uscito dal coma il Poeta fece notare che nella fotografia era visibile come una mano che gli sorreggesse il volto. Nell’ombra volle riconoscere la mano della madre che lo aveva salvato dalla sua «terza morte».

La vecchiaia mise infine il Piccolo Nume di fronte alla irrimediabilità del momento supremo e lo costrinse, forse, a porre in atto disperatamente ciò che non poteva più essere solo annunciato per essere in realtà rinviato: in una lettera alla sorella del 1938 D’Annunzio scrive Io resto con il nulla che mi sono creato. Torna qui lo spettro del suicidio del Vate come punto finale e coerente della sua eterna schermaglia con la Grande Signora. Un mistero ultimo, insondabile, che Gabriele D’Annunzio sembra chiaramente evocare ed al tempo stesso nascondere nella sibillina frase che troviamo nel Libro Segreto: «ma chi era presente? chi vide? chi mai potrà ridire?».

 

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