Bute l’argonauta, da Alias 30 -11-2013

Narra Apollonio Rodio nelle sue Argonautiche, di un’arcana contesa: quella tra la musica di Orfeo ed il canto delle Sirene. Una sfida mitica, che si svolge in un tempo che mai è stato e che sempre sarà, leggendaria già nella memoria degli eroi omerici: «Sola quell’Argo che solcava il mare, degli uomini pensiero e degli dei, trapassar valse navigando a Colco». Così Circe, nel Libro XII dell’Odissea, ricorda ad Ulisse la mitica impresa degli argonauti, i soli che fossero riusciti a sfuggire la malia delle Sirene per attraversare poi le rupi Erranti. Tutto l’equipaggio si salva, protetto dalla musica del mitico cantore, solo Bute l’apicultore si tuffa, perché? Cosa vivrà lui che Ulisse, legato all’albero della sua nave, sfiorerà soltanto?

Le Sirene

Esseri ibridi, raffigurati e descritti nell’antichità come uccelli rapaci col volto di donna, le Sirene, tre nelle Argonautiche: Leucosia, Ligia e Partenope, divoravano i marinai che passavano in vicinanza delle loro terre attirandoli verso la morte con un irresistibile canto. «Alle Sirene giungerai da prima, che affascìnan chiunque i lidi loro, con la sua prora veleggiando tocca. Chiunque i lidi incautamente afferra, delle Sirene e n’ode il canto, a lui né la sposa fedel, né i cari figli verranno incontro su le soglie in festa. Le Sirene sedendo in un bel prato, mandano un canto dalle argute labbra, che alletta il passeggier: ma non lontano d’ossa d’umani putrefatti corpi e di pelli marcite, un monte s’alza». Così almeno le descrive Circe ad Ulisse, mentre gli suggerisce il famoso trucco della cera nelle orecchie. Quanto possiamo fidarci della maga, forse una dea decaduta, non è dato sapere; molte, profonde e contorte sono le passioni divine ed altrettante le gelosie che nascondono.

Certo è che la loro nascita, per quanto di volta in volta attribuita a paternità e maternità affatto diverse, è antica. Platone nella Repubblica (617 B-617 C), le nomina nel mito di Er, in cui si descrive la procedura secondo la quale Ananke, il Destino inalterabile, la Necessità cui nemmeno gli Dei potevano comandare e dovevano anzi ubbidire, tesseva la sua inestricabile tela. Insieme alle Moire, che tracciano il corso della vita e della morte: «Il filo ruotava sulle ginocchia di Ananke. Sui suoi cerchi, in alto, si muoveva insieme a ciascuno una Sirena, che emetteva un’unica nota, con un unico suono; ma tutte insieme formavano un’armonia. Altre donne, disposte in cerchio, ognuna sul suo trono a uguale distanza, erano le figlie di Ananke, le Moire biancovestite, cinte il capo di bende: Lachesi, Cloto e Atropo; e al suono delle Sirene Lachesi cantava il passato, Cloto il presente, Atropo l’avvenire».

E allora le Sirene sono la voce stessa dell’esistenza, legate sia alla vita che nasce sia alla sua morte e rinascita. Questo ci narra il mito di Er, ed anche come esse fossero divinità onniscienti, come d’altra parte afferma Omero quando affida alla loro voce il segreto del loro canto: «Nulla, che ignoto o scuro a noi rimanga».

Dunque non solo portatrici di una orribile morte sono le Sirene, come un po’ riduttivamente le aveva denigrate la gelosa Circe, ma vere e proprie potenze oracolari, depositarie del mito che dà vita alla vita, e dunque del senso stesso dell’esistenza; a buon diritto, dunque, altri autori, ad esempio Plutarco nelle sue Quaestiones Convivales, ci descrivono come Ammonio l’Egiziano rese coerenti le Sirene omeriche con quelle platoniche: «Quanto alle Sirene di Omero, lo spavento che ci incute il loro mito non ha fondamento; al contrario anche questo poeta ci ha fatto intendere simbolicamente una verità, precisamente che il potere della loro musica non è disumano e funesto; nelle anime che hanno lasciato questo mondo per il cielo e vagano, come sembra, dopo la morte, questa musica suscita l’amore per le cose celesti e divine e l’oblio delle cose mortali, essa le possiede e le incanta con il suo sortilegio, ed esse piene di gioia, seguono le Sirene e si uniscono a esse nei loro movimenti circolari. Qui sulla terra una sorta di debole eco di quella musica ci raggiunge e, attraendo le nostre anime con il potere delle parole, suscita in esse il ricordo di quello che hanno sperimentato nella vita precedente. Le orecchie della maggior parte delle anime, tuttavia, sono tappate e bloccate non dalla cera, ma da ostacoli e affetti carnali. Ma l’anima che per la sua buona natura si accorge e ricorda, prova qualcosa in tutto simile ai più folli trasporti d’amore, sospirando e desiderando liberarsi dal corpo, ma incapace di farlo».

In tempi più vicini ai nostri, Tomasi Di Lampedusa riprende lo stesso tema nel suo affascinante racconto Lighea, storia di un amore estivo nelle acque del Mediterraneo di Sicilia tra un giovane aspirante professore di greco antico e la Sirena che lo invita a riposarsi nel suo regno: «Tu sei bello e giovane; dovresti seguirmi adesso nel mare e scamperesti ai dolori, alla vecchiaia; verresti nella mia dimora, sotto gli altissimi monti di acque immote e oscure, dove tutto è silenziosa quiete tanto connaturata che chi la possiede non la avverte neppure. Io ti ho amato e, ricordalo, quando sarai stanco, quando non ne potrai proprio più, non avrai che da sporgerti sul mare e chiamarmi. Io sarò sempre lì, perché sono ovunque, e la tua sete di sonno sarà saziata». E così farà il giovane uomo, divenuto oramai vecchio: si tufferà da una nave e raggiungerà il suo unico amore. Quando, all’inizio del racconto, la Sirena si palesa al giovane gli dice subito di non credere alle storie che si raccontano su di loro: «Sono tutto perché sono soltanto corrente di vita priva di accidenti; sono immortale perché tutte le morti confluiscono in me… ed in me radunate ridiventano vita non più individuale e determinata ma panica e quindi libera… noi amiamo soltanto non uccidiamo nessuno».

Particolare curioso e poco noto: esiste una narrazione del racconto dalla viva voce di Tomasi di Lampedusa. Una registrazione unica, nata per diletto una mattina del 1956, quando a Gioacchino Lanza Tomasi, figlio adottivo dello scrittore, Tomasi di Lampedusa aveva regalato uno dei primi modelli di registratore a nastro. Per provarne il corretto funzionamento, il giovane ebbe l’idea di registrare la voce del padre adottivo. Con il magnetofono nuovo Gioacchino e la fidanzata Mirella Radice si recarono così nel palazzo di via Butera a Palermo dove allora abitava lo scrittore e gli chiesero di recitare uno dei suoi racconti; Tomasi di Lampedusa scelse Lighea. La registrazione è ora custodita ed udibile presso il Museo del Gattopardo a Santa margherita di Belice presso Agrigento.

Questa carattere arcaico delle Sirene, di appartenenza alle scaturigini stesse dell’esistenza, si manifesta anche attraverso la natura metamorfica del loro corpo; le Sirene dell’Odissea e delle Argonautiche vivono tra la terra, il cielo ed il mare e dunque sono esseri più che anfibi; ciò consente loro di costituire una «razza comune» ai tre elementi e così «farli scambiare tra di loro pegni reciproci», come dice Oppiano di Anazarbo nel suo Trattato di pesca. Questa funzione le colloca nell’ambito delle Potenze primordiali, nate prima che il Cosmo si separasse dal Caos, e quindi capaci di conoscere l’origine di ogni cosa. Esse allora, come tutto ciò che rappresenta il flusso dell’esistenza, sono ambigue, come la verità che promettono di svelare; manifestano così sia il richiamo dell’Aletheia, della Verità immutabile, sia l’inganno dell’Apate, la menzogna.

Ma le Sirene non solo conoscono la Verità, ma sono anche in grado di comunicarla attirando l’interlocutore verso di loro: Sirene deriverebbe dal verbo sirein che significa appunto legare; sono dunque maestre di Peitho, la persuasione «dalle parole di miele», propria anche delle Muse che condividono con loro l’ambiguità della parola suadente. Sul piano mitico la Peitho «che non ha mai subito un rifiuto», è per questo assimilata a Venere, la dea «dai sottili pensieri» e dai «dardi più veloci». E dunque, come Afrodite, le Sirene possiedono il potere del fascino e la seduzione delle «parole carezzevoli». Vedremo come nella storia di Bute proprio Venere arriverà a salvare l’eroe.

Ecco che, allora, cominciamo ad intravvedere la vera sfida tra il canto delle Sirene e la cetra di Orfeo: quella tra la musica degli umani, le cui orecchie «sono tappate e bloccate non dalla cera, ma da ostacoli e affetti carnali», come dice il platonico Plutarco, ed il messaggio divino primigenio, che «suscita l’amore per le cose celesti e divine e l’oblio delle cose mortali».

Bute e Ulisse

E dunque Orfeo, appena vede gli altri Argonauti alzarsi e allontanarsi dai remi, attirati dal canto «soave come giglio» che le Sirene effondevano «senza ritegno», afferra la cetra Bistonia e fa risuonare «le note allegre di un canzone dal ritmo veloce, affinché il suono sovrapposto della sua musica rimbombasse nelle loro orecchie. La cetra vinse la voce delle fanciulle. Tuttavia uno degli eroi, il nobile Bute, figlio di Teleonte, precedendo tutti si era alzato dal suo banco levigato dal mare; rapito dalla melodiosa voce delle Sirene, nuotava tra le onde spumeggianti…» (Argonautiche, Libro IV, vv. 900-915).

Lasciamo per un momento Bute al suo tuffo nelle acque spumeggianti mentre nuota verso il canto delle Sirene, e consideriamo un altro eroe che, invece, a quel canto resiste solo mercé un espediente che gli aveva suggerito la maga Circe «figlia di Sole della stirpe di Iperione», sua amante e madre di suo figlio Telegono; una dea divenuta col tempo solo una maga potente. A differenza di Bute, di cui conosciamo solo il nome e l’ascendenza paterna, di Ulisse sappiamo molto: il suo vero nome, benché in molte occasioni altri ne avesse usati, sino a presentarsi come Nessuno, e l’intera storia che lo aveva portato in quelle acque perigliose. Ma Ulisse, il politropos, l’uomo dai mille inganni, signore della Metis, la prudenza accorta, protetto di Atena, ascolta sì il canto legato al suo albero, ma non lo capisce, non lo sente.

Ulisse, infatti, a differenza di Bute, non si tuffa; Omero non gli fa fare questo passo: per il cantore cieco la linea netta che separa umano e divino non si attenua mai. Questa mancanza, questo «tuffo trattenuto», consente dunque ad Ulisse di accedere solo alla parte «emersa», sensibile, della conoscenza; l’eroe, d’altra parte, aveva interloquito nello stesso modo distante con la parte «infera», spirituale, rappresentata dai defunti, nella sua discesa nel regno di Ade dalla terra dei Cimmeri: anche lì Odisseo non entra, non si immerge, ma resta sulla soglia, tremante, offrendo alle anime libagioni di sangue affinché essi riacquistino momentaneamente la memoria.

Sia in Omero che in Apollonio Rodio, dunque, siamo di fronte ad una tradizione nella quale la conoscenza dell’Invisibile, della «trama nascosta», si ottiene solo passando attraverso la morte iniziatica. Ulisse la sfiora, Bute la vive.

Il tuffo di Ulisse, allora, è parte di un percorso le cui prove sono disseminate attraverso tutto il viaggio: prima ancora che tra i pericoli fisici del mondo conosciuto, tra i suoi misteri; l’incontro con le Sirene, con i loro corpi e non solo con la loro voce, è una di queste.

E dunque Odisseo, col suo «tuffo trattenuto» non completerà con le Sirene l’iniziazione, né lo aveva fatto con la discesa nel regno di Ade. A questo proposito, più ancora del canto delle Sirene, chiarisce il significato del suo mancato compimento iniziatico il Canto XIII, detto dell’Antro delle Ninfe, al quale l’eroe approderà nel ritorno ad Itaca, e che Porfirio ci descrive come il luogo di accesso alla saggezza primigenia, quella che «nasce dalle Ninfe», come dice Platone. È lì che Ulisse sosterà, senza entrarci, al fine di purificarsi nel corpo e nell’anima, trattenendosi con Atena sua protettrice, pronto così a raggiungere il suo unico scopo: ricongiungersi in corpore con Penelope.

Il passaggio delle Sirene, ed il «tuffo trattenuto» sono, allora, tra i tanti segni contenuti nell’Odissea, un ulteriore frammento di quella verità funzionale al nostos dell’eroe. Il canto solo ascoltato gli trasmetterà una conoscenza in più, o forse il segreto di un ulteriore inganno possibile da usare nel momento opportuno: ma Ulisse non accederà alla sapienza contenuta in quel suono proprio perché non si tuffa, così come non entrerà nel regno dei morti; solo i fatti, ciò che appare, gli viene svelato, non l’imperscrutabile essenza.

E così, tra il celato ed il manifesto, la luce e la tenebra, il noto e il parzialmente ignoto, il canto «emerso» suggerisce, allude, indica analogie, apre la psiche dell’eroe verso l’infinita gamma di possibili manifestazioni della realtà, ma non svela: solo l’immersione completerebbe l’iniziazione. Avrebbe potuto Ulisse tuffarsi, come aveva fatto Bute? No, non era quello il volere degli Dei che lo muovono.

Ulisse, seguendo i consigli di Circe, annoda i lacci che lo trattengono dando ordini precisi; ora, nel testo di Omero, questi legami vengono definiti con due termini complementari e non solo sinonimi: tanto peírata quanto desmoí; il primo indica anche la rotta da seguire. Il termine peírar, in particolare, denota sia i punti di riferimento che tracciano un percorso, sia la rotta che la nave deve aprirsi nello spazio marino, il póntos, l’alto mare. Peírar evoca dunque il senso del legame che costringe a seguire la rotta giusta. Il passaggio, il tragitto, la rotta, possono dunque essere concepiti come un legame, una porta stretta attraverso la quale passare per arrivare allo scopo.

Ad Itaca, intanto, Penelope tesse la sua tela; anch’essa è ispirata da Atena, Dea della Metis, che l’ha resa abile nella tessitura di trame di tela quanto di astuzie. E dunque, il tuffo mancato di Odisseo è il risultato di un calcolo di rotta e di legami: il gesto è niente altro che un punto sulla rotta per tornare ad Itaca.

Bute, invece, si è tuffato e «rapito dalla melodiosa voce delle Sirene, nuotava tra le onde spumeggianti verso la spiaggia. Sciagurato! Le Sirene gli avrebbero sicuramente tolto il ritorno se…». È in questo istante che si manifesta la Potenza che restituisce al gesto di Bute tutta la sua grandezza, il senso iniziatico del tuffo verso il canto delle Sirene: arriva Venere ad accompagnare l’eroe verso il suo splendido destino, verso il premio per aver seguito senza esitazione «la potenza folgorante del canto animale», come lo definisce Pascal Quignard nel suo Boutès inedito in Italia.

Ed allora: «Cipride, la Dea signora dell’Erice, mossa a pietà accorrendo benevola lo sottrasse ai vortici del mare, e ne fece l’abitante di capo Lilibeo». Saranno Apollodoro mitografo e Igino nelle sue Favole, a dirci il seguito della storia: salvato da Venere, Bute diverrà suo amante; durante il volo salvifico egli penetrerà la Dea e la feconderà del figlio Erice che darà poi il nome alla città in cui la madre sarà adorata come Venere ericina.

Nel corso del tempo il suo culto, a cui i marinai di passaggio erano particolarmente devoti grazie anche alle bellissime Ierodule, le prostitute sacre alla dea, crebbe insieme alla sua fama e alla sua ricchezza: Tucidide fa riferimento ai doni fatti alla dea dai pellegrini e Diodoro Siculo attribuisce a Dedalo, fuggito da Creta, la creazione di un ariete d’oro dedicato ad Afrodite.

Bute dopo l’amplesso, verrà tuffato ancora una volta nelle acque da Venere, come in un battesimo, e resterà così nel suo sarcofago trasparente per l’eternità, mondo di ogni peccato dopo aver conosciuto la verità ultima. Afrodite, la Dea nata dalla schiuma, afros, Venere anadiomenon, non poteva che accogliere nel suo stesso corpo l’eroe che aveva rischiato la morte per seguire il canto immortale delle Sirene.

Come nella Tomba del Tuffatore di Paestum, possiamo dunque immaginare Bute che si tuffa per l’ultima volta nel mare degli Eroi, il Mediterraneo, con quell’ineffabile sorriso che solo chi ha conosciuto l’inconoscibile, chi come Bute è rinato nel mare e nel mare è tornato, può portare con sé nell’oltretomba.

Orfeo versus le Sirene

E Orfeo, che ruolo ha in tutto questo? A cosa si oppone la sua cetra e perché? La premessa necessaria è che l’impresa degli Argonauti è un impegno che Giasone intraprende per via di un preciso comando del re Pelia. Impresa dettata da un comandamento del tutto umano, quindi, in cui gli Dei giocheranno sì un ruolo rilevante, ma da deuteragonisti. Questo ci dice che la conquista del Vello d’oro è impostata come una missione militare, e che niente deve distogliere gli Argonauti dal loro obiettivo.

Al loro fine tutte le armi saranno ammissibili, dalla magia di Medea all’assassinio, dallo spergiuro sino alla musica assordante di Orfeo che contrasterà il canto delle Sirene per impedire agli uomini di abbandonare i remi far fallire così l’impresa. E dunque, quando le Sirene cominciano a cantare, Bute si alza e spicca il suo salto, la sua danza verso l’ignoto. Ecco che allora si presenta il duello: la musica della cetra fabbricata dall’uomo si oppone alla potenza ancestrale dell’antico canto.

Si tratta di un canto animale, «acritico» lo definisce Apollonio, cioè indistinto, continuo, non condizionato, come l’energia primigenia che ispira l’esistenza. Un canto «acuto», dice ancora l’autore, dunque soprano, superiore, femminile, come tutto ciò che genera, come il grido del bambino quando viene al mondo.

E allora Orfeo oppone a questo registro seduttivo acritico, seduttivo perché acritico, il ritmo rapido e assordante della sua cetra che suona solo per un gruppo di uomini che deve remare e remare ancora. E così Apollonio mette in competizione due musiche: una che porta alla perdizione, che «impedisce il ritorno», e l’altra orfica, salvifica perché costringe i rematori al loro posto, all’ordine sociale cui sono destinati. Esclusivamente umana, ordinata, la musica di Orfeo «ordina il ritorno», come dice Pascal Quignard, che sottolinea come la cetra di Orfeo violenta il canto delle Sirene, cioè contrasta con una violenza tutta maschile la fascinazione siderale del canto femminile primigenio.

Orfeo suona seduto, rigido, come per trasmettere questo senso di inibizione corporea agli altri rematori; mentre Bute si alza e danza verso il mare. Bute, bene lo intuisce Orfeo, è un dissidente, cioè, letteralmente, colui il quale non vuole stare seduto, si stacca dal suo posto. Il cantore deve dunque sedare una possibile sedizione, e per questo genera una musica anti-patica, esattamente polare a quella delle Sirene. La musica delle Sirene è dunque il suono dell’acqua stessa, quella in cui il corpo è immerso nelle prime fasi della vita. L’ordine sociale non può permettersi di anteporre questo stato caotico alle sue leggi, all’ordine dal quale nascono le gerarchie.

D’altra parte solo la musica delle Sirene può riportarci là da dove veniamo: ma il prezzo da pagare bene lo conosce Bute che si dissolverà nell’elemento della trasformazione, nel seno di tutte le virtualità. Come dicono i giapponesi sotto forma di un proverbio: muko mukashi, l’acqua viene dal prima. Tornare a questo suono è il vero nostos, che riassorbirà la nostra singolarità dissolvendola in essa.

La musica originaria non è altro che il desiderio di tuffarsi nel mare; il tuffatore è un musico che lascia che la vecchia fascinazione fatale riprenda il dominio sul suo essere.

E Orfeo pagherà questa violenza, con un contrappasso degno della sua arte. Le baccanti lo sbraneranno, e la sua testa salterà in un tuffo nel fiume Ebro e poi lentamente raggiungerà il mare, lo stesso mare delle Sirene. Ed ecco che le labbra del cantore tracio si mettono finalmente a cantare, a mormorare il solo nome che lo aveva spinto a rischiare ciò che Bute aveva compiuto: il nome di Euridice riaffiora mentre la testa naviga tra le onde spumeggianti. Flebile lingua murmurat exanimis ci dice Ovidio. Mormora esanime la bocca: parla senza fiato, senza emettere suono; finalmente Orfeo canta: è morto.

Infine la testa si riversa nell’acqua, Flexit Orpheus; l’ultimo canto delle sue labbra esanimi è sott’acqua: ha raggiunto Bute. Cosa cantava la nostra testa nel ventre materno?

 

vela