Taranto colonizzata, pubblicato su “il Manifesto” 1-8-2012

Taranto è l’Ilva, gli operai che in queste ore presidiano i punti nevralgici della città, che lottano per salvaguardare il loro posto di lavoro mentre chiedono che si applichino finalmente le regole per la compatibilità ambientale degli impianti, danno rappresentanza ad una città intera che, per decenni, è stata sacrificata quotidianamente sull’altare di un modello industriale aberrante, imposto al prezzo di una ricchezza senza passato e senza futuro, perché viene dal nulla ed ha progressivamente tagliato le radici profonde di tutto ciò che viveva prima. L’Ilva è Taranto, ma non è stato sempre così: la leggenda dice che il santo patrono della città San Cataldo, venuto dell’estremo nord, abbia gettato il suo anello nel Mare piccolo e che da esso siano scaturite quelle polle di acque dolce che hanno permesso di coltivare i mitili tanto famosi. Le cozze di Taranto, dunque, sono uniche al mondo perché nate da un equilibrio delicato tra dolce e salato; oggi quelle polle non esistono quasi più; da bambini i pescatori ci portavano a vedere l’anello di San Cataldo, un mulinello di acqua fresca in pieno mare; adesso quarant’anni di scarichi velenosi hanno desertificato quel mare interno, spingendo le coltivazioni a spostarsi progressivamente, per salvare una tradizione secolare, legata all’elemento da cui la città è nata: il mare. Fondata dagli spartani, Taranto ha per secoli conteso a Roma il primato di città egemone. All’epoca del tiranno Archita, Platone venne da lui per ispirarsi alla stesura delle Leggi e della Repubblica. Poi la sconfitta ed un lungo periodo di oblio, rischiarato solo dalle esplosioni dionisiache del tarantolati, che nella loro mistica follia, mantenevano ancora nel loro sguardo l’orizzonte del paganesimo originario. Questa diversità, mai spenta, mai scomparsa, fu avvertita anche dal fascismo come una anomalia pericolosa, da normalizzare. La posizione della città, esposta tra due mari, ne ha sempre fatto una porto ideale, e Mussolini volle imporre il segno del suo ventennio nell’urbanistica della città, legando ancor più al fantasma della Roma imperiale l’antica città libera e poi sottomessa. Dopo la Guerra ed i bombardamenti alleati, la città avrebbe potuto investire nelle sue risorse naturali, nel clima unico che, da secoli, viene cantato dai poeti, nel mare delle cozze e delle ostriche, nella campagna che produce le uve che ancora danno corpo a molti vini pregiati prodotti nel Nord. Ma tanta bellezza, la dolcezza della molle tarentum, disturbava il capitale ed i suoi rappresentati politici che, appoggiati da una chiesa benedicente, imposero ancora un altra colonizzazione. E dunque si decise di “sviluppare” quei tarantini così dedichi alla costruzione delle barche, alla pesca, a produrre e bere un vino dono di Dioniso. E dunque ecco abbattersi sulla città l’Italsider, industria di Stato, la più grande acciaieria europea. Non si sapeva cosa avrebbe causato, in termini di disastri ambientali e sradicamento sociale? Certo che si. Eppure nel Natale del 1968, in quell’anno fatidico, il Papa Paolo sesto, già ammalato, celebrava la Santa messa solenne tra il fuoco degli altoforni, una anticipazione dell’inferno che oggi vive la città. Chi scrive ricorda, studente liceale, chino sulle traduzioni greche, gli sprezzanti commenti degli operatori del Centri culturali venuti dal Nord ad insegnarci che era meglio guardare altrove, bere birra, frequentare il nord Europa, scordarci di ciò che eravamo stati. E così, giorno dopo giorno, la colonizzazione capitalista ha cancellata la memoria e dunque il futuro. Lentamente la grande fabbrica ha creato un vortice, un buco nero che ha assorbito tutto: l’indotto, che ha chiamato altre fabbriche inquinanti, raffinerie, cementifici, dato che oramai l’inferno era stato decretato ed al danno era naturale aggiungere altro danno. Oggi i sindacati più combattivi chiedono che si riequilibri la bilancio tra lavoro ed ambiente. Non è sempre stato sempre fatto; in passato la sensibilità era alquanto diversa. Ma oggi appare chiaro agli operai dell’Ilva, svenduta dallo Stato ai privati da un Governo Dini, che quando si contrappone ambiente lavoro perdono entrambi: non si bonifica e si perdono posti di lavoro. Per questo la vertenza Ilva è non solo di carattere nazionale ma europeo, non solo riguarda la carne viva di una città malata, ma il futuro delle relazioni tra ambiente e sviluppo, tra forze sociali e regole del lavoro, tra sicurezza degli impianti e rispetto delle tradizioni culturali. Sa Cataldo promise alla città che sarebbe stata l’ultima ad essere distrutta dal gorgo del Giudizio divino. Oggi che l’unica divinità operante sembra essere quella della plusvalenza, la leggenda assume connotati diversi, di speranza. Il Sud torna così protagonista di una nuova stagione di lotte; il vento caldo dei deserti soffia anche da questa parte del Mediterraneo.

Raffaele K Salinari