Crisi in Mali da Il Manifesto 27-12-2012

Il Consiglio di Sicurezza ha recentemente adottato una risoluzione che apre la strada ad un intervento militare in Mali, al fine di riconquistare le zone del nord, attualmente sia sotto il controllo delle milizie islamiche, segnatamente al-Queida nel Maghreb islamico (AQIM), sia dei gruppi di ribelli tuareg organizzati nel movimento AZAWAD. Una decisione tardiva e parziale, come vedremo, quanto necessaria, se si pensa alla situazione delle zone sotto controllo degli islamisti, nelle quali, secondo il rapporto dell’assistente del Segretario Generale delle Nazioni Unite per i diritti umani, Ivan Simonovic, tornato in questi giorni dalla regione di Timbuctù, l’applicazione “dura” (harsh), della sharia, la legge islamica, ha già prodotto massicce violazioni dei diritti delle donne, a cominciare da un fiorente traffico di spose bambine vendute a circa 1000 dollari l’una, sino alla morte per lapidazione di una donna non sposata. Altro genere di violenza, che sfocia in vere e proprie esecuzioni, è legato alla distruzione dei luoghi santi dell’islam di matrice sufi, quello legato al misticismo e dunque più tollerante, imputato dai gruppi islamici salafiti di essere fonte di idolatria. Le violazioni sembrano essere talmente di massa, omicidi compresi, da convincere la Corte Criminale Internazionale ad aprire un’inchiesta. Una decisione tardiva, abbiamo detto, poiché la causa scatenante, o meglio, catalizzatrice, di fenomeni sino a quel momento relativamente potenziali, quali appunto l’estremismo islamico, o sotto controllo attraverso i negoziati per quanto inconsistenti, come le richiesta di autonomia delle popolazioni tuareg, è stata indubbiamente l’azione militare dell’Occidente in Libia, con la guerra civile ed il sostegno alle fazioni anti Gheddafi, che hanno alla fine portato alla caduta ed all’assassinio del dittatore. È, infatti, giudizio comune a tutti gli osservatori interni ed esteri, che queste due situazioni, prima della guerra libica ancora relativamente sotto controllo del governo centrale maliano, siano state potentemente sostenute dai fatti libici, sino a creare le condizioni militari che hanno determinato di fatto uno stato di secessione nelle diverse zone nord del paese. Il fattore scatenante specifico è stato il rientro dei soldati maliani che avevano combattuto al fianco del colonnello; sono stati loro a rientrare in patria portandosi dietro fucili e munizioni sufficienti a fondare il più importante gruppo di indipendenza tuareg nel maghreb e il movimento islamico legato ad al-Queida. La caduta di Gheddafi ha dunque innescato non solo la (ri)nascita di un gruppo ben organizzato ed armato di ribelli tuareg, già esistente ma non in grado di controllare il territorio militarmente, ma ha anche fornito le armi e la logistica ai neonati gruppi islamici, anch’essi ex combattenti della Jamahiriya. Il combinato disposto di queste due fazioni, in un primo tempo alleate, ma subito dopo separate per motivi culturali e politici evidenti – i tuareg sono animisti ed hanno nei confronti delle donne un atteggiamento molto laico – ha portato ad evidenziare, al di la di ogni possibile sostegno occidentale, francese in particolare, la debolezza del presidente eletto Amadou Toumani Toure, un civile che, secondo i militari, mostrava troppa propensione al dialogo con le minoranza tuareg. Questa accusa, sostenuta dalle vittorie militari dei ribelli, ha giustificato il tentativo di colpo di stato capeggiato dal capitano Amadou Sanogo che, nel marzo scorso, dopo settimane di estrema confusione, ha portato al potere un altro civile, Dioncounda Traore, per un periodo limitato al maggio del 2013, data entro la quale si dovrebbero indire nuove elezioni. Il condizionale è d’obbligo anche se il Mali è un paese tra i pochi a poter vantare una tradizione di governi civili nella regione, ma la tensione dovuta all’onda lunga dei fatti libici rischia fortemente di rimettere in discussione le acquisizioni di questa fragile democrazia, con conseguenze tragiche in un’area molto vasta come quella del maghreb. Se la situazione non tornerà sotto controllo, attraverso i negoziati con i tuareg e togliendo le simpatie agli islamici con politiche di sostegno alle popolazioni del nord, la democrazia sarà continuamente minacciata. In questa situazione il fattore tempo è dunque capitale se si vuole risolvere la crisi stabilizzando la zona; ma la risoluzione dell’Onu apre la strada ad un intervento armato solo a partire dal settembre dell’anno prossimo, creando enormi difficoltà logistiche e politiche per quanto concerne la sua futura gestione militare. Da una parte, infatti, l’intervento sarebbe affidato alla Ecowas la Comunità economica degli stati africani dell’ovest, di cui fa parte il gigante nigeriano, già impegnato in tutte le azioni militari continentali, dalla crisi della Sierra Leone alla repressione interna del gruppo islamista interno Boko Haram. Ma qui la situazione è molto diversa, come ammette anche Charles Hunt, già consulente Ecowas per lo sviluppo delle sue forze di intervento rapido. Una missione Ecowas in Mail avrebbe dinanzi un territorio immenso: basti pensare che solo la strada che collega la capitale Bamako a Gao, una delle città principali in mano agli islamisti, è lunga 1200 km. In più le zone da “bonificare” dagli islamisti dovrebbero essere poi controllate dall’esercito maliano, al momento troppo male organizzato e reso debole dagli ammutinamenti nelle guarnigioni del nord per non dover chiedere un aiuto strutturale e di lungo periodo all’ingombrante vicino nigeriano che, da parte sua, guarda con interesse alle risorse del sottosuolo maliano. La domanda allora è: quanto costerebbero degli interventi a sostegno delle popolazioni del nord per togliere l’acqua agli islamisti, a paragone con i costi politici e militari di un intervento di questo tipo? La risposta, al momento, la possiamo trovare anche nella riforma delle Forze armate che il parlamento italiano ha approvato nei giorni scorsi.