polemiche editoriali

Gira in reta da qualche giorno un appello al Presidente della Repubblica affinché non apponga la sua firma alla legge sull’editoria approvata lo scorso 20 luglio (http://www.chicago-blog.it/2011/07/24/disciplina-del-prezzo-dei-libri-petizione-al-presidente-della-repubblica). Fatta salva la necessità di una legge organica sull’editori, pur con tutti i limiti di quella attuale evidenziati anche dalle colonne di questo giornale, vorrei sottolineare che il passaggio più significativo, che mi fa essere in disaccordo con lo spirito dell’iniziativa, è contenuto nella frase: “Se la legge dovesse entrare in vigore, dal primo settembre il mercato dei libri non sarà più libero: un rigido tetto agli sconti e alle campagne promozionali renderà infatti la fissazione del prezzo dei libri non più soggetta al pieno principio della libera concorrenza, ma sottoposta a vincoli legislativi quanto a tempi e soglie di sconto”. Ebbene, penso che si debba andare nella direzione opposta, e cioè proprio verso un attivo sostegno all’editoria, specie quella indipendente e cosiddetta “piccola” e non certo spingere verso una ulteriore liberalizzazione al ribasso che favorisce, alla fine, sempre chi può permettersi strategie editoriali raffinate e sconti stracciati. Questa questione si intreccia poi fortemente con quella della «bibliodecrescita» che, secondo la nostra esperienza, sta alla soluzione del problema della vendita, o non vendita, dei libri, esattamente come la «decrescita» sta alla soluzione della crisi del sistema capitalista. Mi spiego: chi si occupa seriamente di «decrescita» sa perfettamente che applicarla al sistema produttivo attuale, con tutti i suoi dispositivi economici, finanziari e soprattutto simbolici, significa semplicemente avvalorare il pauperismo e giustificare la povertà generalizzata. In altre parole la «decrescita» è una forma di ripensamento della produzione, dei suoi meccanismi e soprattutto dei suoi perché, delle relazioni tra mondo dentro e fuori di noi, che propone un paradigma radicalmente nuovo e non semplicemente la riforma di quello attuale. Nello stesso modo, la «bibliodecrescita» proposta da alcuni come forma di soluzione alle giacenze dei piccoli editori o al sovraffollamento dei titoli, risponde solo, a struttura produttiva e distributiva vigente, come hanno giustamente fatto notare Ilaria Bussoni e Andrea Libero Carbone, alla necessità dei grandi gruppi editoriali di concentrare, ma soprattutto «bestsellerizzare», le vendite, e dunque l’orizzonte culturale dei lettori. In specifico, chi di noi fa editoria militante, in realtà valuta con oculatezza i titoli da pubblicare, perché l’investimento viene giudicato sulla base non solo delle vendite immediate, ma anche sull’accumulo di memoria a lungo termine dei contenuti editati. D’altra parte, come è stato già detto, ma è bene ripeterlo: chi oggi pubblicherebbe certe riflessioni o certe testimonianze se non una editoria impegnata a costruire, in vista di un “altro mondo possibile”, un’altra cultura possibile? La biodiversità che difendiamo dunque, non può che essere veicolata attraverso una «bibliodiversità» che non può rispondere alle stesse logiche mercantili che cerchiamo di cambiare. D’altra parte il contenuto di molti dei libri pubblicati da questa nostra tipologia di editori, a cui oggi si richiede una sterilizzazione delle loro «bibliodiversità», riguarda tematiche una volta di nicchia, ad esempio i diritti ambientali, che oggi sono diventate centrali. Detto questo, restano le debolezze e soprattutto le divisioni all’interno dei piccoli editori che, giustamente, chiedono una vera legge a sostegno del libro, o normative antitrust e tutto il pacchetto evocata da Carbone ma, al tempo stesso, restano incapaci di vere azioni di rete, ad esempio creando articolazioni organiche tra editoria militante e librerie della stessa sensibilità, o incentivando nuove forme di mecenatismo diffuso a sostegno di certi titoli così da farli diventare una pubblicazione sostenuta collettivamente e via enumerando. In conclusione, forse qualche passo avanti un po più radicale, nel ripensamento della maniera in cui anche noi ci interfacciamo a chi ci fa vendere i libri, e verso chi vorrebbe che pubblicassimo certi altri, andrebbe preso.

Raffaele K Salinari, edizioni Punto Rosso