Le rivoluzioni arabe e la fine dello “scontro tra civiltà”

Ricordate questo incipit? “La mia ipotesi è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno le linee sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro”. Era il 1996 e Samuel Huntington decretava lo “scontro di civiltà” che, dopo la fine della guerra fredda, avrebbe caratterizzato il nuovo secolo e, soprattutto, giustificato un nuovo riarmo dell’Occidente sulla base della conseguente affermazione: “L’Occidente non ha conquistato il mondo con la superiorità delle sue idee, dei suoi valori o della sua religione ma attraverso la sua superiorità nell’uso della violenza organizzata (il potere militare). Gli occidentali lo dimenticano spesso, i non occidentali mai.” Poi l’11 settembre sembrò l’apoteosi di questa visione del mondo, mentre la “guerra permanente globale contro il terrorismo” dispiegava la sua potenza asimmetrica contro i nemici delle civiltà occidentale. Oggi, di fronte alle rivolte, rivoluzioni, ribellioni, insurrezioni, in atto nel mondo arabo, finalmente tornato tale e non solo musulmano, il muro innalzato da studiosi di parte come Huntington o Fukuiama con la sua “fine della storia” mostra tutti i limiti dell’ analisi ideologica che lo ha eretto, e le crepe più profonde e visibili sono proprio espresse dai protagonisti di quel titanico movimento di rinascita della sponda sud del Mediterraneo che non cessa di interrogarci in merito alla sua profonda natura. E allora, parafrasando il titolo del celebre libro di Deluze, “Differenza e ripetizione”, resta il fatto che, come diceva il filosofo: “Tutte le identità non sono che simulate, prodotte come un effetto ottico, attraverso un gioco più profondo che è quello della differenza e della ripetizione”. E dunque cosa c’è che ci interroga in questo “gioco più profondo” tra differenza e ripetizione nelle rivoluzioni nel mondo arabo, cosa dobbiamo cercare di capire oltre le apparenze? Sicuramente il fatto, prodotto proprio dalle differenze e delle ripetizioni, che ciò che accade non nasce da rivendicazioni che si oppongono all’Occidente, magari di radice musulmano integralista ma, al contrario, proprio da quei valori universali che l’altra sponda del Mediterraneo dice da sempre di voler rappresentare. Cogliere questa profondità capovolgerebbe non tanto l’analisi oggettiva della storia passata, che ovviamente non esiste come tale, quanto la percezione che noi abbiamo sino ad ora avuto di queste realtà, viste come immobili o marcate da ideologismi vetero religiosi; e non sarebbe una differenza da poco considerando che, ancora oggi, siamo in guerra contro Al Queida e che essa viene agitata come spauracchio per le peggior forme di violazione dei Diritti umani anche da noi. Questo capovolgimento significherebbe affermare che non esiste più lo “scontro di civiltà” tanto caro ai teorici della guerra permanente, ma solo lo scontro al di qua ed al di la del Mediterraneo per gli stessi Diritti. E qui entriamo nell’analisi del perché, forse, situazioni così importanti ci lasciano sostanzialmente indifferenti o al più tiepidi e pieni di distinguo. Forse dovremmo dire che, finalmente, possiamo tornare ad imparare qualcosa da ciò che succede nel mondo arabo, abdicare per un momento alla nostra supposta superiorità culturale, analitica, organizzativa, che di fatto ci ha confinato in un ridotto della storia liberista, anche a noi movimenti sociali. Certo è giusto puntare il dito sull’evanescenza della politica estera comunitaria, denunciare la strumentalità di ciò che avviene in Libia a giustificazione di un’altra “guerra umanitaria” per riconquistare il petrolio perduto e via enumerando, ma perché non chiediamo qualcosa anche a noi? Perché, in altre parole, non cerchiamo di imparare da quello che sta succedendo nel Mare Nostrum, mettendoci in attitudine di ascolto, riscoprendo le assonanze simboliche con quella “cultura dell’olio” che tanto ha contribuito alla formazione dell’immaginale mediterraneo prima della colonizzazione culturale da parte della “cultura del burro”? Quella si sarebbe l’inizio di una bella rivoluzione anche per noi.

Raffaele K Salinari

 

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pubblicato sul quotidiano  Liberazione il 20-3-2011