Il ratto di Europa

Agli interventi al dibattito sul passato e sul futuro dell’Unione Europea aperto da Rossana Rossanda sul Manifesto, penso valga la pena aggiungere una prospettiva complementare a quelle di tipo economico o storico-politico sin qui apparse. Mi riferisco al tradimento del mito fondatore dell’Europa comunitaria che doveva rappresentare, almeno nelle intenzioni dei suoi padri fondatori, Spinelli, Schuman, una costruzione che intendeva ripensare il mitologema stesso sul quale si concepiva l’unità del continente sino ad allora. La storia di Europa, infatti, figlia di Agenore, forse re di Tzur, antica città sarda, o di Tharros, nel Mediterraneo occidentale, è una storia di violenza. Come narra il mito, Zeus se ne invaghì e si mostrò a lei sotto le sembianze di un toro. Europa gli salì sul dorso, e questi la portò attraverso il mare fino all’isola di Creta. Qui giunti Zeus rivelò la sua vera identità e tentò di violentare la ragazza che, malgrado fosse al cospetto del re degli dei, rifiutò le sue proposte. Europa dunque si difese, e Zeus fu costretto a trasformarsi in aquila per così, sotto le spoglie di uno spietato predatore armato di artigli, riuscire a possederla. Chi ha avuto sotto mano le monete da due Euro di conio greco, ha trovato raffigurato proprio questo mito. La vicenda di Europa si snoda in seguito tra l’isola di Creta, della quale diventa regina, ed il destino dei suoi vari figli, tra i quali Minosse, che avrà come sposa Pasifae che «si imbestiò nelle imbestiate schegge» come disse Dante, partorendo il Minotauro, anch’esso meta uomo e metà toro, ucciso poi dall’eroe solare Teseo con l’aiuto di Arianna. Dato che Minosse era figlio di Zeus, la pazzia di sua moglie Pasifae, che si accoppia con un toro inviato da Poseidone per vendetta contro un mancato sacrificio del marito, in qualche modo apre la catena di vendette divine che caratterizzeranno, in una lunga sequela di tragedie, la storia di questo mito fondatore. E proprio in onore di Minosse, il talassocratore figlio della violenza, e di sua madre violentata, i Greci diedero il nome Europa al continente che si trovava a nord di Creta. Questa breve disanima del mito chiarisce che il nostro continente, le sue radici, come rami nati dal trauma originario della figura che gli ha dato il nome, e dunque che l’ha “oggettivato” per prima, sono piantate in un terreno di violenza sopraffattrice e di inganni, cui seguono tradimenti e vendette. Nel corso della sua storia, fedele al mitologema originario, la «macchina mitologica» dei poteri europei, come l’avrebbe definita Furio Jesi, ha finito per identificare se stessa con l’essenza violentatrice insita nel mito, riproponendo così, anche nelle forme simboliche che vanno dall’impero romano a quello carolingio, sino ad arrivare al Reich millenario nazista ed alla mistica fascista della Nuova Roma, la sottomissione delle genti del continente alle ragioni della forza. Da sempre, infatti, chi ha voluto unificare l’Europa, lo ha fatto con gli stessi mezzi con i quali era stata trattata colei che le aveva dato il Nome. Ecco dunque, che dopo la seconda guerra mondiale, ma già in gestazione durante la prima ed il ventennio totalitario, si alza sulle macerie del continente la voce di chi propone una Immagine diversa, una visione dell’unità continentale fatta dai popoli e per i popoli, democratica, partecipata, uno spazio di pace che, molto simbolicamente, rinasceva mettendo in comune ciò per cui si era combattuto nel recente passato, il carbone e l’acciaio, e l’energia del futuro, un atomo che ancora si voleva come potenza curatrice. Ma il tentativo di rifondare il mito sul quale costruire un’altra Europa, quella luce quasi mistica che irradiava dalle parole dei padri fondatori, si perde quasi subito negli occhi dei governanti chiamati a gestire il processo, incapaci di portare ad effetto la gigantesca visione che veniva loro proposta. Ed allora, in qualche punto della storia invisibile del nostro continente e del suo facimento unitario, qualcosa si spezza, si perde, oscurando così la stella polare sulla quale orientare la rotta anche nei momenti difficili. Oggi il futuro dell’Unione Europea, schiacciato tra il capitale che pretende la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio come garanzia permanete del suo potere, ed una politica che piega la testa di fronte alla mano invisibile di un mercato ben visibile nei suoi effetti sociali, ci dice, soprattutto, di questa perdita, della mancanza di un progetto complessivo ed intelligibile, non solo dagli eurocrati, ma dalle genti europee, che pure per lunghi anni hanno creduto di partecipare ad una svolta nella loro Storia. La crisi del progetto comunitario denuncia dunque il tradimento del mito della Nuova Europa, quella che rigettava la violenza come misura del potere e si offriva al futuro con il volto di chi ha imparato, come diceva Celine, che “le guerre iniziano, ma non finisscono mai”.

Raffaele K Salinari