Il Belpaese

L’Europa ha salvato Silvio Berlusconi per salvare se stessa e, dunque, anche per questa volta, una risata, purtroppo, non lo seppellirà, come diceva uno slogan anarchico del secolo scorso. E questo era ancora meno verosimile dato che la risata veniva da personaggi come il Presidente francese Sarkozy e la cancelliera tedesca Merchel, che assomigliano piuttosto a rane che si atteggiano a tori, secondo la classica favola di Esopo. Ma lo scherno, trasmesso in eurovisione, un impatto lo ha certamente avuto, ed è quello di gridare “il Re è nudo” spogliando finalmente il ridicolo monarca italiano dai vestiti paludati che oggi nessuno è più disposto a far finta di vedere. Nessuna smentita diplomatica, infatti, potrà cancellare la forza di quel body language appena smorzato dalle dichiarazioni di circostanza. Ma sarebbe un grave errore di sottovalutazione, addossare all’obnubilato Presidente del Consiglio, tutto l’onere di quella figuraccia, facendo scattare il solito riflesso italico alla Alberto Sordi “e facciamoci sempre riconoscere” che punta il dito accusatore sempre contro qualcun altro. La risatina, infatti, viene da lontano, ed interroga il lungo tragitto che ci ha portato a questa triste e confusa Seconda repubblica. In anni ancora recenti, infatti, prima del quasi ventennio berlusconiano, il nostro paese godeva di un credito che avevamo faticosamente costruito dopo le ruberie socialiste tollerate dalle chiericate del CAF. L’inchiesta Mani Pulite, il dibattito sulle riforme necessarie per assicurare al Paese una stabilità programmatica ed una gestione della Cosa pubblica più vicina ai cittadini, le semplificazioni amministrative e burocratiche, avevano contribuito a dare una immagine del paese come impegnato in uno sforzo collettivo per superare gli arcaismi legati alla Guerra fredda. Anche il modello industriale, articolato sul tessuto delle Piccole e Medie industrie, contribuiva all’innovazione dei processi produttivi, sempre accompagnati dalla forte presenza del Sindacato nei luoghi di lavoro, ad assicurare il rispetto dei diritti del lavoro. Ma che sbocco reale ha avuto tutto questo? Dopo lo scioglimento del PCI la Grande Riforma preconizzata dagli eredi modernisti di quella tradizione ha sostenuto l’ascesa di un uomo d’affari padrone di tutti i mezzi televisivi privati, senza che fosse messa in campo una legge sul conflitto di interessi degna di un Paese democratico. Anche il tema della stabilità programmatica è stato declinato in senso bipolarista, con l’intento esplicito di escludere dal parlamento le forze che si opponevano al pensiero unico liberista, tanto potente da risultare l’unico abilitato a legittimare le forze politiche e dettare l’agenda delle compatibilità economiche. Oggi, di fronte allo scherno del Direttorio europeo, che assomiglia molto al noto detto napoletano “tienimi che ti tengo”, bisogna ricostruire il percorso ed i mandanti che hanno voluto sul volto dei due quel messaggio inequivocabile È un sorriso targato BCE, prima di tutto, e dunque di matrice liberista e monetarista. È anche un ghigno disegnato dalle Agenzie di Rating, che tengono il duo franco-tedesco sulla corda, ma è anche un messaggio ad una idea di Europa che potrebbe ancora rovesciare il suo triste destino facendo della politica il dominus dell’economia. Dobbiamo dirlo forte e chiaro, che senza una svolta nell’agire politico, senza uno strappo alla subalternità dei mercati finanziari quella patetica risata sarà solo il suono iniziale della valanga che ci travolgerà. Ed allora il messaggio sarcastico è rivolto soprattutto a noi, alle sinistre radicali, antiliberiste, che dobbiamo unificare le lotte, moltiplicare gli scioperi, creare alleanze con le primavere mediterranee, ripensare l’Europa, allargare il campo di ciò che ci unisce, costruire un sistema di vasi comunicati tra chi, suppostamente, sta “dentro il recinto” come dice Bertinotti, e chi invece ha deciso di starne fuori, perché senza questa opera di ricucitura che parte dalla caduta del Governo in carica e da nuove elezioni, la risata non seppellirà il Re ma noi tutti.  Pubblicato sul Manifesto del 29-10-2011