Diritti sempre meno umani

Diritti sempre meno umani

Il 10 dicembre è la Giornata Internazionale dei Diritti Umani. Cosa significa oggi ricordare il 64° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, adottata nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite? Si era da pochi mesi chiuso il processo di Norimberga ai criminali di guerra nazisti, e gli allora promotori della Dichiarazione sostennero di dare in questo modo una risposta globale ai problemi dell’oppressione coloniale e delle discriminazioni razziali che, in quel secondo dopoguerra, sembravano essere le priorità per dare finalmente l’avvio ad una fase di pace e sviluppo condiviso. Da questo punto di vista, considerando le dinamiche che avevano portato al conflitto mondiale, la Dichiarazione rappresenta ancora un’evoluzione nella storia delle relazioni tra popoli, il primo vero tentativo di volere sancire in dettaglio i diritti e le libertà dell’individuo creando una cornice internazionale ispirata alla tutela ed alla promozione dei Diritti Umani. Ma, immediatamente dopo la sua promulgazione, l’avvento della Guerra Fredda ha, tra le altre cose, “congelato” anche la Carta, costretta a restare lettera morta nella logica di contrapposizione tra i due blocchi. In particolare, l’esigenza di armarsi ha motivato l’impegno di grandi quantità di fondi, sottratti così allo sviluppo democratico e civile dei paesi appena usciti dal giogo coloniale. Questo scenario ha anche giustificato la lunga serie di dittature che, tra gli anni cinquanta e ottanta del secolo scorso, hanno devastato le speranze dell’arrola cosiddetto “terzo mondo”. La fine della Guerra Fredda ha riportato in auge l’idea dei Diritti Umani in quanto grande cornice per rilanciare il ruolo dell’Onu come “governo del mondo”. In particolare lo scioglimento del Patto di Varsavia aveva posto le condizioni per un simmetrico scioglimento della Nato, e dunque l’utilizzo dei “dividendi di pace” per promuovere la democrazia e sostenere così forme di sviluppo autonome, ancorate nelle tradizioni culturali dei vari paesi che ancora si dibattevano nelle spire del sottosviluppo. Così non è stato; la logica del “ne resterà uno solo” ha prevalso e l’Occidente, il suo “pensiero unico” liberista sostenuto dalla retorica dello “scontro tra civiltà”, ha generato altri avversari, scatenato altre guerre questa volta giustificate proprio in nome dell’universalità dei Diritti Umani. E così, come aveva previsto il politologo nazista Carl Schmitt nelle sue riflessioni sull’universalismo, quella che doveva essere la cornice per un diritto internazionale condiviso, è progressivamente diventata la giustificazione dei nuovi rapporti di forza, operati non in nome e per conto di una parte sull’altra, ma addirittura nel nome di tutta l’umanità. «Wer Menschheit sagt, will betrügen»: “chi dice ‘umanità’ cerca di ingannarti”. Questa è la massima che Schmitt propone già nel 1927 in Begriff des Politischen per esprimere la sua diffidenza nei confronti dell’idea di uno “Stato mondiale” che comprenda tutta l’umanità, annulli il “pluriverso” (Pluriversum) dei popoli e degli Stati e sopprima la dimensione stessa del loro “politico”. E, a maggior ragione, Schmitt si oppone al tentativo di una grande potenza – l’ovvio riferimento è agli Stati Uniti – di presentare le proprie guerre come guerre condotte in nome e a vantaggio dell’intera umanità. Se uno Stato, o una serie di Stati, combattono il nemico in nome dell’umanità, la guerra che conducono non è necessariamente una guerra dell’umanità. Monopolizzare questo concetto significa dunque tentare di negare al nemico ogni qualità umana, dichiararlo hors-la-loi e horsl’humanité, in modo da poter usare nei suoi confronti metodi spietati sino all’estrema disumanità. I casi di Bin Laden o Gheddafi sono, a questo proposito, emblematici. In tal senso, il termine “umanità” – il riferimento alle categorie giuridiche usate dal Consiglio di Sicurezza Onu per giustificare gli interventi Nato è anche qui pertinente – diviene parte integrante di una sloganistica etico-umanitaria, particolarmente idonea alle espansioni imperialistiche. In prospettiva, dunque, prosegue Schmitt, l’asimmetria del conflitto avrebbe esasperato e diffuso le ostilità: il più forte avrebbe trattato il nemico come un criminale, mentre chi si fosse trovato in condizioni di irrimediabile inferiorità sarebbe stato di fatto costretto ad usare i mezzi della guerra civile, al di fuori di ogni limitazione e di ogni regola, in una situazione di generale anarchia. E l’anarchia della “guerra civile mondiale”, se confrontata con il nichilismo di un potere imperiale centralizzato, impegnato a dominare il mondo con l’uso dei mezzi di distruzione di massa, finanza inclusa, avrebbe potuto alla fine «apparire all’umanità disperata non solo come il male minore, ma anzi come il solo rimedio efficace». Se trasliamo questa analisi dal piano strettamente bellico a quella economico-finanziario, cogliamo appieno il parallelo tra le due. Oggi probabilmente Von Clausewitz direbbe che “a guerra è la prosecuzione della finanza con altri mezzi”. In una delle ultime pagine di Der Nomos der Erde Schmitt scrive: “Il più forte vede nella propria superiorità militare una prova della sua justa causa e tratta il nemico come un criminale. La discriminazione del nemico e la contemporanea assunzione a proprio favore della justa causa vanno di pari passo con il potenziamento dei mezzi di annientamento e con lo sradicamento spaziale del teatro di guerra. Si spalanca così l’abisso di una discriminazione giuridica e morale altrettanto distruttiva”. La descrizione della realtà attuale, dall’Iraq all’Afganistan, dalla Somalia alla Libia, domani forse la Siria e l’Iran, sembra essere ritagliata esattamente su queste “profezie” di Carl Schmitt; che altro non dicono se non che il futuro deriva dal passato. E dunque, se così è, dobbiamo anche pensare che il nostro presente di guerre “umanitarie” di indefinite “missioni militari di pace” di emergenze umanitarie, deriva anche da una strumentalizzazione crescente dei Diritti dell’Uomo. È evidente che, in mancanza di una evoluzione nei rapporti di forza tra paesi e gruppi di individui, capaci di sostenere da pari a pari i loro Diritti, senza l’ingerenza di “gendarmi universali”, la Dichiarazione verrà sempre più utilizzata, non nelle sue potenzialità positive ed egualizzanti che permangono intatte, ma solo come uno strumento per sostenere altri casus belli umanitari. Ecco su cosa dobbiamo realmente riflettere, invece di festeggiare acriticamente il 10 dicembre, pena la geometrica ascesa, non dei Diritti Umani, ma della loro barbarie.

Raffaele K Salinari

 

pubblicato sul Manifesto 10-12-2011