A cinquant’anni dalla morte di Patrice Lumumba

Il 17 gennaio di cinquant’anni fa veniva assassinato Patrice Lumumba, uno dei leaders dell’Africa post coloniale che più credeva in un “Congo unito all’interno di un’Africa unita”. Il Belgio, potenza coloniale che aveva “ereditato” questo enorme paese di più di due milioni e mezzo di chilometri quadrati, dalle mani insanguinate del suo storico “proprietario” Re Leopoldo Secondo, ne prevedeva l’indipendenza solo verso il duemila. Ed invece, spinto dall’onda lunga della decolonizzazione e dei movimenti di liberazione pan africani, anche il Congo ex belga si sollevò e, nel giugno del 1960, Baldovino ne dovette dichiarare l’indipendenza. Lumumba viene eletto capo del Governo e dichiara la sua indisponibilità a far parte dell’equilibrio bipolare che già la guerra fredda imponeva a tutti i nuovi stati. Questa posizione sarebbe già stata sufficiente a determinare le manovre che l’Occidente avevano predisposto per innescare la terribile guerra civile che, puntualmente, immediatamente dopo il discordo di Lumumba, portò alla secessione del Katanga, la regione mineraria a sud del paese, ed anche del Kiwu, quella al confine con Ruanda e Burundi. I ribelli, sostenuti dagli USA e dal Belgio, sequestrano Lumumba e lo uccidono; lo si saprà solo qualche tempo dopo: il suo cadavere sarà sciolto nell’acido. Nella guerra civile, ferocissima e sanguinosa, decide giustamente di intervenire l’allora Segretario delle ONU Dag Hammarskjold che capisce la posta in gioco: la crisi del Congo era il primo vero banco di prova per un ONU che avesse voluto realmente esercitare il suo ruolo di “governo del mondo”. Proprio per questo, in settembre, l’aereo che lo portava in Congo per la missione di pace (una vera missione di pace) fu sabotato e il Segretario morì, e con lui la possibilità che questo organismo multilaterale fosse realmente ciò che doveva essere. Dopo qualche anno di guerra civile, passato il pericolo di un Congo non allineato o, peggio, nelle mani dei Sovietici, un giovane tenete di nome Joseph Desiree Mobutu, partecipe dell’assassinio di Lumumba, viene incoronato capo dello Stato ed inaugura una dittatura che morirà con lui dopo trent’anni, riaprendo di fatto le ferite lasciate insolute da quella prima guerra civile che ha covato sotto la cenere della sua “cleptocrazia” sino ad essere rinfocolata dalle stesse potenze occidentali per mantenere il paese debole e diviso. Sin dai tempi di Lumumba, infatti, ed ancora prima di Lepoldo e del suo “giardino personale”, questa terra deve essere solo una “estensione geografica” a disposizione degli interessi occidentali, senza riguardo alcuno alle opinioni dei suoi legittimi abitanti. Ai tempi di Leopoldo la “missione civilizzatrice” copriva il commercio dell’avorio, dell’oro e del legno, ai tempi della seconda guerra mondiale nel mirino dell’Occidente vi era qualcosa di ancora più importante (l’uranio delle bombe di Hiroscima e Nagasaki viene dal Katanga) e poi, durante la lunga dittatura di Mobutu, era essenziale continuare ad assicurare alle compagnie minerarie lo sfruttamento dello “scandalo geologico” che rappresentano le enormi quantità di rame ed diamanti. Ed i congolesi, allora, in tutto questo che c’entrano? Nulla appunto, anzi, negli ultimi tempi, con la gestione geopolitica della tremenda epidemia di AIDS (i soldi per la lotta a questa malattia vengono versati col contagocce) che stronca le forze vive del paese, si completa il quadro dell’asservimento di questa terra agli interessi delle “pompe aspiranti” occidentale, cinese, indiana, che continuano a prelevare dalle sue vene aperte il sangue che serve (intanto si è aggiunto il Coltan dei nostri cellulari), mentre il Congo ed i congolesi letteralmente muoiono, o di fame, o di guerra o, appunto, di AIDS. Se Foucault fosse vivo ne farebbe sicuramente un esempio della sua definizione di “biopolitica” e “potere sovrano”: non più esercitare la morte e concedere la vita ma sostenere la vita e lasciar morire. Oggi, dunque, guardando in questa prospettiva l’assassinio di Lumumba, possiamo ben dire come esso sia solo un emblema, una Immagine paradigmatica che racchiude in sé tutte le altre, tutti gli altri assassinii che, quotidianamente il modello di sviluppo occidentale, liberista, perpetua sul corpo vivo di questa terra bella e terribile. Eppure, eppure, la forza della vita scorre ancora dentro il corpo martoriato del Congo, anche se il nostro sguardo spento non vede nell’Africa che morte e sfruttamento, lo sguardo fiero di Lumumba nella sua ultima immagine guarda ancora lontano, oltre il “cuore della tenebra”.

Pubblicato sul Manifesto il 18-1-2011