Polemica culturale: risposta all’intervista su “Il manifesto” dell’assessora alla cultura della Puglia

Sono a Taranto, sono di Taranto; ho visitato la bella mostra di Stefano Cagol e Valentina Venturi “Scintille e cenere” presso il Castello Aragonse, ed ho letto l’intervista dell’Assessore alla cultura della Regione Puglia Silvia Godelli su “Il manifesto” dell’8 agosto, che così sintetizza il suo giudizio sulla città: “Taranto ha perso il senso di sé. Dopo un’esperienza amministrativa ottima di Giuseppe Cannata alla fine degli anni settanta, è iniziata una fase di grandi scandali e poi di declino; Taranto aveva circoli operai, poi ha visto la crisi dei movimenti, del sindacato. E la città vivace è diventata una città di morti. Anche amministrata adesso, sia in Comune che in Provincia, dal centrosinistra, la città non risponde e non collabora”. Questo giudizio da film di Romero su una città che ha invece saputo liberarsi di un’amministrazione di malfattori ed eleggere un Sindaco di sinistra, Ippazio Stefano, ben prima di ogni “primavera pugliese”, si commenta da sé, a maggior ragione se pensiamo che la grande fabbrica che tutto avvelena, l’Ilva, non viene nemmeno nominata, nell’impietoso e sommario quadro del giudizio mortificatore. Interessante anche il portato storico che vede nel periodo di massima espansione dell’Ilva, allora Italsider, collocato il massimo splendore cittadino: “circoli operai, sindacato …”. Ecco, forse per una certa profondità di analisi si dovrebbe invece dire che proprio quello fu l’inizio della fine; il momento in cui Taranto accettò, senza porsi il problema, il taglio traumatico e netto delle sue radici culturali e territoriali, per consegnarsi ad un industrialismo che ha trattato la città, la sua millenaria cultura, i suoi cittadini ed il suo territorio, come retaggi di un barbaro passato da cancellare, da colonizzare come un qualsiasi territorio d’oltre mare che doveva essere “civilizzato”. Ricordo ancora, con affetto e rispetto per la loro onestà intellettuale, ma con altrettanta rabbia e contrarietà, gli intellettuali che venivano inviati dal Nord ad insegnarci come si stava al mondo: al mondo delle fabbriche e non dei contadini, delle nuove case in cemento e non di tufo, come si beveva la birra e non il “vino nero” che evoca Dioniso. Quella cultura, appoggiata dal PCI e dalla chiesa, leggendaria la messa di Natale tra gli altoforni in piena attività di Paolo VI, ha letteralmente ammazzato e soffocato le radici profonde, non di una città, ma di un’intera civilizzazione mediterranea. Da li è cominciata una sorda e sotterranea resistenza culturale, che ha le caratteristiche di quelle che ogni popolo colonizzato mette in atto contro i valori ed il tempo dei colonizzatori. È dalla critica a quel modello culturale che bisogna partire, non da un sommario giudizio su una città che, lo ripeto, nonostante questo ha espresso ed esprime forme di resistenza che ovviamente bisogna cogliere con altri occhi da quelli sin qui usati dall’Assessore Godelli, alla quale consegniamo infine una piccola suggestione: la cultura Jonica, da sempre, è luce; è la luce del divino come determinante psichica dell’esperienza stessa del vivere. Un cielo ottenebrato dai fumi, ottenebra l’anima stessa del divino. Potrebbe sembrare superficialmente una conferma del suo giudizio zombizzante, ma, se a guardare bene, è esattamente il contrario: nel fondo della città resta vivida una luce, uno “scintillio” che l’artista, che procede dal’Invisibile per arrivare al Visibile, ha colto bene, e la politica che parte dal Visibile, spesso per fermarsi ad esso, non ha colto per nulla. È da lì che la politica che fa cultura riparte, non dagli zombi.

 

Raffaele K Salinari

 

Pubblicato su Il manifesto 8-8-2010