Per il quotidiano Liberazione

Nel lontano 1975 Pier Paolo Pasolini scriveva la sua “abiura della trilogia della vita”, lasciandosi dietro gli ultimi tre film e denunciando la nascita di un nuovo fascismo che aveva nella televisione il suo mezzo più possente: “La televisione non solo non concorre ad elevare il livello culturale degli strati inferiori, ma determina in loro un senso di inferiorità, quasi di angoscia”. Parole oltremodo profetiche, accompagnate da una riflessione solo in apparenza estetico-ecologica: la scomparsa delle lucciole. In questi piccoli insetti luminosi, Pasolini vedeva incarnate le forme di resistenza culturale alla mercificazione di tutto e soprattutto di tutti, che già in quegli anni aveva preso un’andatura rampante. Alla «scomparsa delle lucciole»: delle tradizioni popolari, dei dialetti come lingua poetica, dei segni e dei simboli della pluralità e della ricchezza culturale del nostro Paese, avevano contribuito sopra ogni cosa, dunque, i riflettori dello Spettacolo – come lo intendevano i Situazionisti di Debord – che oramai abbagliavano gli sguardi e accecavano la visione di un altro futuro. Pasolini, da poeta, credeva che le battaglie più importanti, si vincono nel simbolico, prima che nelle piazze, nell’anima prima che nel corpo. In un tempo di politica volgare e supponente come quella che viviamo oggi, l’avere accesso ad una informazione che illumina, come le lucciole di Pasolini, i lati oscuri di un sistema radicato nell’ignoranza dei fatti e nella negazione delle condizioni materiali di miliardi di persone, è una forma importante di re-esistenza; di resistere re-esistendo. Dietro ad un giornale come Liberazione possiamo vedere, come in filigrana, proprio questo qualcosa che ne attraversa le pagine e che le sostiene ben al di la di un meritevole lavoro informativo, militante, come si diceva una volta, e come dovremmo ancora e sempre continuare a dire. La trama e l’ordito che tessono le pagine di Liberazione nascono sul telaio della passione civile, intessute da mani mosse dalla crescente e tragica consapevolezza che ogni giorno, nel nostro Paese e nel Mondo, solo la perseveranza di ognuno di noi in un agire collettivo può costruire un presente per il quale valga la pena di vivere, e non solo un futuro indistinto. La grande stampa nazionale è oramai schierata da tempo con un sistema iniquo di distribuzione delle opportunità e del reddito. Le testate oscillano dall’osanna della destra berlusconiana a l’altrettanto chiara subalternità allo «stato di cose presenti», anche se avanzano argomenti di opposizione al regime del Presidente del Consiglio e dei suoi alleati, certamente impresentabili, ma non tanto di più delle soluzioni liberiste proposte, seppur in termini “costituzionali”. In questo scenario di quotidiani-partito e di partiti-quotidiani, che si fanno e si disfano sui predellini a seconda degli interessi familiari dei leader, accomunati all’opposizione parlamentare dalla vocazione maggioritaria e dalla voglia di «governamentalità», un onesto giornale di Partito come Liberazione, costituisce oggi un vero e proprio monstrum, nel senso etimologico del termine, un prodigio. Come potremmo altrimenti chiamare l’insieme di queste pagine che ancora parlano di un «altro mondo possibile», di lotte operaie, di diritti violati, di fatti e misfatti che avvengono in altre parti del Mondo come se avvenissero, ed è proprio così, nel nostro stesso cortile? Quella di Liberazione non va dunque affrontata solo come la “crisi economica di un mostro”, ma come l’epifania storico-politica che appare se torniamo alla etimologia delle due parole che la definiscono: crisis, cioè passaggio, trasformazione, crescita e, appunto, mostrum, cioè prodigio, ed anche unicità, come le lucciole che discretamente, ma tenacemente, sempre tornano a illuminare le notti dei campi d’estate. È dunque questa combinazione che vogliamo e dobbiamo necessariamente sostenere perché alla risoluzione della “crisi economica” corrisponda l’ulteriore trasformazione del “prodigio” Liberazione in un qualcosa che continui, che cresca, informando e creando opinione politica, illuminando la notte della democrazia come uno sciame di lucciole vitali. Queste pagine, ogni giorno, cercano di compiere la difficile opera del traghettamento verso una società inclusiva e partecipata: una sorta di “Stalker collettivo” secondo l’immagine mutuata dal celebre film di Tarkowski. Vogliamo dunque riconosce a Liberazione non solo la sensibilità politica di occuparsi dei temi scomodi che costituiscono il nostro lavoro quotidiano: il traffico di esseri umani, la violazione dei diritti dei bambini, il loro sfruttamento come oggetti a perdere, ma anche una sensibilità più vasta verso la società civile che non fa politica di partito, ma crede che i partiti non possano fare a meno della loro posizione politica: come non si può fare a meno della luce delle lucciole.

Raffaele K Salinari, Presidente Terre des Hommes

Pubblicato su Liberazione 11-9-2010

 

 

Autoritratto di Pier Paolo Pasolini