Lettera a Repubblica su un articolo di Marc Augé

L’articolo di Marc Augé sui parchi pubblici ed i giochi dei bambini sollecitata una ulteriore osservazione: non ci sono più altalene. A fronte di una diminuzione quantitativa di spazi per giocare, infatti, si assiste ad una diminuzione qualitativa dei giochi, in particolare della loro possibilità di essere dei veri e propri riti di passaggio tra l’età infantile e l’adolescenza. Augé ne accenna, quando parla della Campana, il Gioco del Mondo, sul quale i bambini esercitavano la loro fisicità esuberante. Ma nulla come l’altalena suscita le emozioni profonde legate al pericolo, all’estasi ed al volo. Una vera altalena è potenzialmente un oggetto mortale, sul quale si sale bramando il giro assoluto, quello che ti porterà vicino la cielo e poi, a capofitto, di nuovo sulla terra. Oggi ciò che viene spacciato per altalena, è un triste trabiccolo con una escursione di pochi centimetri, costruito in nome di una sicurezza fisica che alla fine serve solo ad approfondire l’incapacità dei bambini di fare esperienza della vita, anche attraverso il pericolo. Tanto più si evoca la sicurezza, dunque, tanto più si aumenta il livello di violenza psichica che esercitiamo sull’infanzia, privandola di quei riti di passaggio che formano ed informano le diverse età della vita. Che senso ha, infatti, stendere tappeti di tartan respingente, se poi esponiamo l’Immaginale dei nostri figli alla volgarità televisiva, perché impedire loro l’ebbrezza del volo quando poi li chiudiamo in una stanza in compagnia dei loro videogiochi fantascientifici nei quali vivono virtualmente ciò che due corde ed una semplice tavoletta potrebbero dar loro nella realtà? Fare esperienza, ecco ciò che la mancanza degli spazi pubblici nega all’infanzia. La riduzione dello spazio ludico è consustanziale a quello dell’esperienza fattuale della vita: si riduce il reale si estende il virtuale, si mortifica il corpo per mortificare l’anima. L’altalena è un gioco selvaggio ed ancestrale, e solo questo “selvaggismo” naturale, come lo chiamava Ortega y Gasset, può formare le Immagini profonde del futuro benessere psichico. Il bambino che non ha volato sull’altalena non volerà nemmeno con lo spirito.

Raffaele K Salinari