intervista al portavoce delle associazioni colombiane contro la tortura

Il salone principale della «Nuova Casona», sede del centro di attenzione psicosociale di Terre des Hommes per le vittime della tortura, è dedicato a Leonidas un leader sindacale ucciso dai paramilitari a Bogotà l’anno scorso. L’inaugurazione del centro, avvenuta nel week end che precede le elezioni presidenziali di domenica, è un’ottima occasione per fare il punto sulla lotta contro la tortura che: «in questo paese è una pratica politica quotidiana», come dice Augustin Jimenez, portavoce della Coalizione Colombiana contro la tortura.

Che significa usare la tortura come strumento politico?

Significa anzitutto negare che esiste. In questi ultimi anni, il Governo Uribe ha cercato di far passare a livello internazionale l’idea che il paese era in uno stato di normalità democratica, che non c’era alcun uso sistematico della tortura, che esistevano piccoli episodi localizzati e circoscritti ma che, in generale, le convenzioni internazionali venivano rispettate. Noi sappiamo bene che non è così. La tortura esiste e viene praticata sistematicamente ed a tutti i livelli, tanto è vero che il Governo ha rifiutato di ratificare la Convenzione Onu sulla tortura perché avrebbe imposto un rapporto alternativo redatto dalla nostra rete di organizzazioni.

In concreto come viene utilizzata la tortura?

Tutti gli omicidi politici di questi ultimi anni hanno implicato forme di tortura fisica delle vittime. I prigionieri politici vengono torturati quotidianamente attraverso il sovraffollamento brutale delle celle, la mancanza di acqua, l’insufficienza dei vestiti e del cibo. All’interno del paese esistono vaste zone nelle quali la violenza viene esercitata su persone che vengono reputati dei leader comunitari e che vengono torturati fisicamente dai militari o dai paramilitari affinché la comunità capisca che non può rivendicare alcun diritto; anche i narcotrafficanti operano secondo metodi di controllo del territorio nei quali la tortura fisica è parte costitutiva. In breve possiamo dire che si è formato nel subconscio dei colombiani l’idea che essere torturati è normale e questo è il problema più grande per le nostre organizzazioni.

Possiamo tracciare una mappa della tortura?

Certamente: se analizziamo le torture a livello comunitario, la violenza che viene esercitata su intere popolazioni, anche attraverso gli spostamenti forzati o i rapimenti, o l’uccisione dei leader comunitari e sindacali, possiamo vedere come gli interessi del narcotraffico, del Governo, delle grandi imprese di sfruttamento minerario, siano assolutamente coincidenti. Quando si vuole un territorio, sia per farne altri campi per la coltivazione della coca, o per estrarre il Coltan o l’oro, non si esita a organizzare vere e proprie campagne di tortura, minacce, uccisioni, per liberarlo dalle popolazioni.

La piattaforma come agisce?

Della Piattaforma fanno parte diverse organizzazioni che agiscono a differenti livelli. Alcune, come quella che dirigo, si occupano di diritti dei prigionieri politici, altre dell’attenzione alle vittime in chiave di riabilitazione psicosociale, altre ancora denunciano le violazioni dei diritti di base di fonte alle istanze istituzionali nazionali o internazionali preposte e accompagnano le vittime nel percorso legale, altre ancora rafforzano le comunità locali attraverso progetti di formazione e di infrastrutturazione locale.

Cosa cambierà con la probabile elezione di Santos alla presidenza?

Gli otto anni di Uribe sono stati drammatici nella pervasività del conflitto armato a tutti i livelli, e per l’aumento della violenza generalizzata nel Paese. La dottrina di Uribe, la cosiddetta «sicurezza democratica», ha massimizzato il controllo militare del territorio attraverso i fondi del «Plan Colombia» e, allo stesso tempo, ha intessuto con il narcotraffico una rete di relazioni a tutti i livelli. Il Paese è stato letteralmente svenduto alle multinazionali straniere, tutto quello che funzionava è stato privatizzato. Il narcotraffico ha cambiato radicalmente la visione di molti giovani colombiani che, oggi, preferiscono il danaro facile all’impegno quotidiano. Tutto questo, anche se esiste una forte società civile e movimenti sociali che si organizzano e restistono, difficilmente potrà cambiare con l’elezione di Santos che era, non lo dimentichiamo, il Ministro della difesa del Governo Uribe. Se poi aggiungiamo che ben sette basi militari degli Usa saranno aperte in diverse zone del Paese, i margini della nostra sovranità nazionale, per non parlare di quella popolare, si riducono ancora di più. Questi interessi, e la situazione degli altri stati latino-americani con i quali confiniamo, penso al Venezuela ad esempio, fanno si che la Colombia sia troppo importante nello scenario geopolitico continentale, perché possa nascere un Governo realmente democratico, ma noi siamo la testimonianza che l’idea di questo futuro esiste ancora.

 

Da Bogotà, Raffaele K Salinari

 

pubblicato sul manifesto sabato 3 luglio 2010