Curiamolo! (articolo apparso su Liberazione del 25-11-2010)

Dopo l’intervento telefonico in diretta ad una trasmissione televisiva sul tema della sinistra che falsifica le notizie in materia di rifiuti a Napoli, mi sono convinto, da medico, che forse bisognava pensarci prima; prima che la malattia mettesse a rischio, non solo la sua già precaria reputazione morale, quanto la tenuta complessiva dello Stato, in vista della congiuntura economico finanziaria che si addensa anche sul Bel Paese. Sì, faccio ammenda a nome dei colleghi, bisognava insospettirsi quando le escort di ogni età e provenienza cominciarono a denunciare le modalità di gestione del potere da parte della persona che dobbiamo assolutamente curare e che ha virulentato il suo singolo comportamento morboso trasformandolo in una vera e propria epidemia. A quel punto, oramai più di un anno or sono, ma ancor più dopo l’ennesimo episodio acuto di Bunga-Bunga, ascoltati i ronchi ed i rantoli registrati sui telefonini delle dame di compagnia, stabilite le ipotesi sulle concentrazioni e la tipologia dei farmaci vasodilatatori necessari all’estenuante esercizio delle pratiche orgiastiche e di governo, tutte estremamente pericolosi per il cuore e la circolazione celebrale, constatato l’enorme scarto tra l’età biologica e quella mentale, si doveva cominciare a porre il problema del cordone sanitario, per fermare il contagio, che è poi puntualmente esploso, ammorbando progressivamente alti (alcuni invero decisamente bassi) personaggi del Governo, del sottogoverno, degli strapuntini ed infine dei posti in piedi. Certo ci sono state fasi di accalmia tra una episodio delirante e l’altro, sempre più brevi però e sempre preparatorie di crisi ingravescenti. Non doveva sfuggirci, ad esempio, un segno prodromico come quello dei personaggi, molto in alto nella gerarchia delle cariche istituzionali, seguiti da alcuni Deputati e Senatori, che si mettevano un fazzoletto sulla bocca per non essere contagiati, e scappavano via dal lombrosario del partito di maggioranza governativa creando altre forze politiche: a quel punto doveva scattare l’allarme. Se fossimo stati avveduti inoltre, lo dobbiamo dire, se avessimo agito come si conviene a noi medici “con scienza e coscienza”, se, in buona sostanza avessimo prevenuto invece di cercare di guarire l’inguaribile, avremmo dovuto cominciare le pratiche, in realtà, quando la sua ex moglie annunciò che il marito “era malato”, una diagnosi clinicamente orientata, anche se ancora non capivamo bene di che patologia si trattasse. Certo abbiamo ampiamente sottovalutato i sintomi ed i segni che, man mano, avvaloravano un quadro nosologico che oggi, dopo l’ennesima crisi, con relative esternazioni, è oramai chiaro, e consente anche ai comuni cittadini di decifrare i tratti polimorfici del morbo che affligge il nostro malato. A questa sindrome, cioè insieme di sintomi, di origine psicotica – non nevrotica che di quelle almeno si ha una certa consapevolezza – si possono dare molti nomi, e sono diverse le scuole di pensiero e le relative classificazioni. Ma non è questo il punto; il punto è che noi abbiamo il dovere della cura, il nostro codice deontologico ce lo impone, e c’è solo un modo, in questo drammatico frangente, per onorare il nostro lavoro: il Trattamento Sanitario Obbligatorio (T.S.O.), istituito dalla legge 180/1978 e attualmente regolamentato dalla legge 833/1978 (articoli 33-35).. Com’è noto si tratta di un atto composito, di tipo medico e giuridico, che «consente l’imposizione di determinati accertamenti e terapie a un soggetto affetto da malattia mentale». Il concetto di T.S.O., è quindi una procedura esclusivamente finalizzata alla tutela della salute del malato. Dal punto di vista normativo, il T.S.O. viene emanato dal Sindaco del Comune presso il quale si trova il paziente su proposta motivata di un medico. Qualora il trattamento preveda un ricovero ospedaliero, è necessaria la convalida di un secondo medico appartenente ad una struttura pubblica. Ora, è chiaro che questa procedura si impone per la salvaguardia della salute del nostro paziente. Si tratta di sollecitare il collega curante ed il Sindaco del Comune di residenza (Roma? Milano?), a farsi parte diligente. Il Giuramento di Esculapio mette tutti allo stesso livello di fronte alla malattia, senza distinzioni o trattamenti di favore. Era una decisione che bisogna prendere già da qualche tempo, ma non è ancora troppo tardi. Raffaele K. Salinari, medico

 

http://lettura-giornale.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=25/11/2010