Le morti sul lavoro sono indicatori sensibili ed accurati del modello di sviluppo di un sistema produttivo

Le morti sul lavoro sono indicatori sensibili ed accurati del modello di sviluppo di un sistema produttivo. Quando poi si tratta di morti legate allo sfruttamento del lavoro minorile, come quello della piccola A.K. residente in Italia ma di origine cinese, lo sono ancora di più. Nel nostro paese, invisibili alla politica che si confronta sulle percentuali di aumento del PIL, e della parallela ascesa della disoccupazione “legale”, stanno infatti proliferando da molto tempo modelli produttivi che richiamano, nei metodi e nelle logiche di sfruttamento, le maquiladoras nate a metà degli anni sessanta al confine tra Messico e Stati uniti. Sono piccole fabbriche all’interno delle quali manovalanza senza alcuna protezione sindacale, o altro tipo di diritto basico, trasforma materie prime per l’esportazione duty free. Il modello di sviluppo che sottende a queste fabbriche infernali è ovviamente quello del massimo profitto e del massimo sfruttamento, proprio come nella maquiladora di Macerata. La morte di A.K. ci dice dunque della situazione reale nella quale versa il nostro paese, molto di più di qualunque statistica del Censis o della Caritas; ci dice che siamo un paese che oramai deve essere incluso nella lista della Organizzazione Mondiale del Lavoro tra quelli dove sono presenti alcuni (quanti?) tra i trecento milioni di bambini che muoiono ogni anno per le conseguenze di lavori come quello che faceva A. K., oppure che l’Italia va inclusa nel novero dei paesi che non hanno un Piano nazionale per l’infanzia, come previsto dalla Convenzione ONU sul Diritto dei Minori o che, ancora, il Bel Paese non ha istituito il Garante Nazionale per l’infanzia, sempre in ottemperanza alla stessa Convenzione ratificata oramai venti anni or sono. Di più, la morte della piccola undicenne, che forse qualche volta andava  anche a scuola, ma solo se il ritmo produttivo lo consentiva, ci dice di un sistema scolastico disattento, dato che la piccola era una “regolare” e non una marchiata dal reato di clandestinità, e dunque doveva frequentare, per via di quello che una volta era un obbligo. Ancora, il fatto che i genitori non parlassero italiano illumina di una oscura luce le tante frontiere interne di una territorio oramai ampiamente zonizzato, dove muri invisibili solo a chi sta troppo in alto per vederli, separano cittadini di serie A da cittadini di serie B. Qui non si tratta di immigrati clandestini, respinti sul bagnasciuga con italica fermezza negando il diritto di asilo; no, qui si tratta di persone che lavorano sul suolo patrio da anni, che dovrebbero poter mandare i figli a scuola e avere accesso ai più elementari diritti di cittadinanza. Come si vede bene, la serie di gironi danteschi dell’inferno “clandestino” non si ferma certo ai bambini nei tombini alla stazione Ostiense di Roma, o allo sfruttamento del lavoro immigrato nei campi di pomodori, e neppure al trattamento nei CIE che servono molto spesso a “frollare” la carne umana per plasmarla a piacimento del modello bioliberista. E dunque la morte infantile in una maquiladora dell’Italia che si tiene a galla nella crisi mondiale attraverso queste filiere produttive, ci dice quanto i nostri occhi siano letteralmente “schermati” dalla dromoscopia delle immagini televisive e le nostre orecchie ottuse dal clamore delle ultime dichiarazioni “fuori onda”. Tornare a vedere il mondo attraverso quelli che erano gli occhi di questa bambina, che forse sognava  il suo futuro come una donna attivamente responsabile nella sua nuova terra di adozione, sarebbe la visione che serve alla politica per tornare se stessa.

Apparso su Il Manifesto, 13/Dic/2009