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La forma dell’utero, da Alias 25-10-2014

Sino al Settecento, ed oltre, si credeva che l’utero femminile fosse un animale vagante all’interno del corpo, capace di scatenare nella donna crisi isteriche che conducevano sino alla morte: a che razza di animale si pensava? Altri, invece, lo assimilavano alla testa della Gorgone Medusa: in virtù di quale ascendenza comune? Sono solo alcune delle immagini dell’anatomia fantastica che, per millenni, ha accompagnato la percezione di questa «fucina di maturazione» della vita umana, come ebbe a definirla Filone Alessandrino nel suo De Opificio Mundi. L’utero, in verità, non è mai stato considerato, neanche dal punto di vista strettamente anatomico, un organo come tutti gli altri. Da quando l’attenzione dell’umanità si è concentrata sul mistero della forma corporis, sia che esso fosse studiato come riassunto della più vasta creazione macrocosmica, sia come quintessenza della stessa perfezione divina, l’imago uteris ha avuto una storia a se stante, una vera e propria epopea anatomica che lo isola, per così dire, dal resto del corpo, proprio a cagione del suo riconosciuto ruolo nella procreazione. Oggi, nell’universo unidimensionale dello scientismo più razionalista, vediamo nell’utero solo un viscere cavo, piuttosto prosaico, con delle spesse pareti muscolari, albergato nello scavo pelvico tra il retto e la vescica: a dire che se fosse un bene immobiliare varrebbe certamente poco così collocato in una zona alquanto periferica e malsana rispetto, ad esempio, ad altri organi ben più «elevati», il cuore, il cervello. Eppure, se proviamo a ripercorrerne la storia per immagini, ritroviamo il fascino di certe analogie anatomiche che, anche se non precise dal punto di vista scientifico, ci riportano a suggestioni allusive, contenenti ancora tutto il mistero irrisolto, e forse irrisolvibile, di questa fucina della vita. Nerone e la forma dell’utero Si dice che Nerone, dopo aver fatto uccidere la madre Agrippina, ne predisponesse l’autopsia volendo vedere «il luogo da quale proveniva». Un quadro di Giovanni Battista Pittoni del 1715, attualmente appartenete ad una collezione privata, raffigura la scena: il corpo è steso sul tavolo settorio aperto dal bisturi del cerusico, mentre Nerone è ritratto nell’atto di avvicinarsi per guardare. Non sappiamo se questa curiosità uterina fosse realmente la cagione del gesto ma, come ci riporta Tacito negli Annales (XVI, 9), certo è che l’Imperatore osservò il corpo aperto della madre e ne lodò la bellezza, facendolo subito dopo cremare. Tacito ci riporta l’episodio, intriso di necrofila incestuosità, ricordando che un oracolo caldeo aveva già previsto tutto questo ad Agrippina, che però rispose al fato con la celebre frase: «Mi uccida, purché regni!». Certo non le mancava l’affetto materno; eppure, da personaggio inquietante ed intrigante qual era, si narra che al momento del suo assassinio, perpetrato da sicari armati di pugnali e spade, dopo altri più raffinati ma infruttuosi tentativi di toglierla di mezzo, abbia indicato ai suoi esecutori proprio quell’utero che aveva partorito il figlio degenere: «Qui, qui colpisci!», infatti, pare siano state le sue ultime parole, sempre secondo Tacito, mentre indicava agli uccisori di infierire sul basso ventre. Ma, ammesso che l’Imperatore abbia realmente voluto osservare l’utero materno, cosa avrebbe visto? Come si sa, l’osservazione di ciò che giace sotto i nostri occhi non è in realtà così facile, come ci ricorda opportunamente l’aforisma di Goethe: «Nulla è più difficile da vedere con i propri occhi di quello che abbiamo sotto gli occhi». Questo accade perché ci sono delle formae mentis, dei pregiudizi, che costringono lo sguardo in canali predefiniti, e ciò vale in ogni epoca storica. Al tempo di Nerone, ad esempio, la percezione riguardo all’utero era fortemente influenzata dalla descrizione che ne aveva fatto il grande Erofilo di Alessandria, personaggio importante della medicina antica, un anatomista che studiava il corpo attraverso la dissezione diretta. Di lui porta ancora il nome il cosiddetto «torculare», una formazione alla base del cranio alla quale fanno capo i grossi seni venosi della dura madre encefalica. Chi scrive ricorda ancora quando, studente di medicina, durante i lunghi mesi dedicati all’esame di anatomia umana normale preparato sul poderoso Testut-Latarjet, si aprivano le discussioni storiche intorno a questo buffo nome che veniva da un tempo lontano. Ebbene, come aveva descritto il Maestro antico la formazione uterina? La sua visione era quella di una matrice dedita al body building, che in quel tempo era possibile ritrovare nei piccoli ex voto di argilla che le donne romane offrivano alle varie divinità che sovraintendevano la fertilità, la gravidanza ed in fine il parto: un piccolo cilindro, cinto però da una serie di anelli o fasce muscolari molto sviluppate; strutture in realtà non esistenti ma che, nondimeno, venivano rappresentate come reali, perché descritte dal grande medico. D’altra parte un altro anatomico, Sorano d’Efeso, vissuto in Alessandria, e più tardi a Roma nella prima metà del secondo secolo dopo Cristo, citando il suo collega Diocle di Caristo descrive, per contestarla, la teoria che all’interno del corpo uterino vi fossero addirittura delle protuberanze, simili a piccole mammelle, che appunto servivano al feto per allenarsi alla suzione. Questa era una visione totalmente scollegata dalla realtà anatomica, ma molto radicata nella visone degli antichi, tanto che ne troviamo accenni indiretti anche negli Aforismi di Ippocrate. Per fortuna il primo che la negò con convinzione ed autorevolezza fu il grande Aristotele, precursore di ogni scienza empirica, cioè basata sui fatti, che smentiva radicalmente questa affermazione nel suo Riproduzione degli animali motivandone la falsità con la palese constatazione che il feto è separata dall‘utero per via del sacco amniotico. Tornando a Sorano, contemporaneo di Galeno, egli fu il medico più illustre della scuola che fiorì a Roma al tempo di Traiano e di Adriano, forse proprio quel medico che lo visita nelle prime pagine dell’indimenticabile Memorie di Adriano della Marguerite Yourcenar. Ma, al di la di questo, Sorano fu il fondatore della ginecologia e dell’ostetricia scientifica. I suoi scritti, fra i quali il più celebre titola proprio Delle malattie delle donne (Περὶ γυναμείων παϑῶν), furono considerati testi di riferimento fino al Rinascimento e ad essi si ispirarono largamente tutti gli studiosi latini e bizantini. Quantunque, come abbiamo visto, la sua anatomia del sistema genitale femminile fosse ancora molto approssimativa e contenesse diversi errori, pure vi sono molte indicazioni che derivano da uno studio esatto del corpo. Il libro, dedicato fondamentalmente alle ostetriche, dà precise indicazioni terapeutiche e profilattiche: tra l’altro si consiglia, ad esempio, il taglio dell’ombelico con la legatura doppia, si prescrive il lavacro degli occhi al neonato con olio, si danno le norme per la fasciatura del bambino e per l’allattamento e lo svezzamento. Anche nel campo degli interventi ostetrici si notano indicazioni per l’epoca molto avanzate: la difesa del perineo durante il parto ed il rivolgimento intra utero del feto in caso di posizione distocica. Altra visione fantasiosa era quella che, al tempo, voleva la cavità uterina divisa in veri e propri scomparti, generalmente sette, tre a destra, tre a sinistra, ed uno al centro. Questa idea di una partizione uterina era talmente forte che si è prolungata sino al Medioevo, quando si pensava che le cavità a destra fossero riservate agli embrioni maschi, quelle a sinistra alle femmine e quella mediana… agli ermafroditi. Di conseguenza, se si voleva avere un figlio maschio si doveva giacere sul fianco destro durante il coito, e viceversa per le femmine; addirittura in pieno Rinascimento la credenza anatomica, unita alla «medicina umorale» di ascendenza aristotelica che imperava a quel tempo, aveva coinvolto pratiche come il legamento dei testicoli contro-correlati, cioè il destro se si voleva una femmina ed il sinistro se si cercava il maschio. Il fatto che le cavità uterine fossero sette, e non semplicemente una o due, ci rende ragione di quella visione che sino all’Illuminismo collegava strettamente microcosmo umano e macrocosmo universale. Il significato cosmologico del numero sette è noto e dunque il «contenitore della vita», l’utero, non poteva che riprodurlo in qualche modo. Anche il seme aveva bisogno di sette giorni per cominciare a svilupparsi in embrione, così come le mestruazione duravano sette giorni, e solo a partire dal settimo mese il feto poteva sopravvivere fuori dall’utero così come il settimo giorno era quello risolutivo per le malattie acute, e via enumerando. Ultima testimonianza antica, che cerca di tenere insieme la concezione settenaria del cosmo con quella dell’anatomia uterina, è del filosofo Nicomaco, vissuto in Arabia nel secondo secolo dopo Cristo, il quale sosteneva che, siccome l’eiaculazione era composta da sette zampilli, era perfettamente logico che la cavità uterina potesse ospitare sette feti in altrettante cavità. Un organo itinerante Ancora più intriganti delle immagini legare all’anatomia interna uterina, sono quelle relative al fatto che quest’organo fosse itinerante all’interno del corpo femminile; che cioè non avesse una fissa dimora ma, al contrario, prendesse posizione in varie parti dell’addome. La credenza è molto diffusa nell’antichità e, come ci dice F. Gonzáles Crussí nel suo argutissimo e ben documentato Organi vitali: «L’origine di questa strabiliante concezione non è conosciuta, la si ritrova nell’immaginario popolare già alcun tempo prima che illustri filosofi affrontassero l’argomento». E tuttavia l’origine della perturbante immagine sembra essere nientemeno che Platone il quale, nel Timeo (91 c) afferma: «Nelle donne la cosiddetta matrice e la vulva somigliano a un animale desideroso di far figli, che, quando non produce frutto per molto tempo dopo la stagione, si affligge e si duole, ed errando qua e là per tutto il corpo e chiudendo i passaggi dell’aria e impedendo il respiro, getta il corpo nelle più grandi angosce e genera altre malattie di ogni specie». E dunque, per il grande filosofo delle idee, la matrice che «non produce frutto» nel momento giusto andrebbe raminga per la cavità splancnica generando quell’insieme di variegati fenomeni, vere e proprie sindromi dunque, che per secoli hanno avuto l’allusivo nome di «isteria» termine che, com’è noto, deriva appunto dalla parola greca per utero. Questo aspetto ipercinetico verrà per così dire documentato da Areteo di Cappadocia che, intorno al secondo secolo dopo Cristo nel suo Delle cause, dei segni, e della cura delle malattie, nel paragrafo dedicato appunto all’isteria dice: «Nel bel mezzo della regione iliaca della donna è posto l’utero, viscere femminile cui, forse non a torto, si attribuisce somiglianza con un animale. Muovesi or qua or la verso gli ilei… ora a destra ora a sinistra, ora verso il fegato, ora verso le intestina. Però la sua naturale inclinazione è verso le parti inferiori: per dirla con brevi parole è una natura mobilissima, erratica e bizzarra… sicché nella specie umana può dirsi che l’utero è come un animale vivente dentro un altro». Altro che «donna mobile qual piuma al vento», qui l’organo matriciale diviene sineddoche di una visione della donna che per certi versi ancora perdura, non solo nel sentire comune, ma anche nella scienza. E dunque, quando l’utero «mobilissimo, erratico e bizzarro», decide di migrare verso le vie respiratorie, la paziente subisce un attacco di soffocamento che scatena la sempre latente isteria. Gonzáles Crussí ci ricorda che questo quadro nosologico, il «soffocamento della matrice» come sintomo scatenante della temutissima crisi isterica, viene riportato nei testi di medicina sino al diciottesimo secolo. Sarebbe interessante dare conto dei metodi, vari e spesso strampalati, con cui si cercava di ricondurre al suo posto l’animale riottoso. Uno per tutti, quello sovrano che riconduceva naturaliter l’utero errante alla sua collocazione pelvica era, ovviamente, il coito. Che animale è? Ma se l’utero è paragonata ad un «animale vivente dentro un altro animale vivente», che bestia è? Anche qui, come tutto ciò che è legato al corpo femminile in generale, ed all’apparato riproduttore in particolare, le analogie risentono delle epoche e degli archetipi più radicati in merito alla sessualità della donna: attrazione e repulsione, stupore e paura, vita e morte, erotismo e continenza, si mischiano inestricabilmente per creare una galleria di paragoni fantastici, un vero e proprio bestiario chimerico che parte dal mondo animale, pesci in particolare, per arrivare a comparazioni tratte dalla mitologia. I pesci abbiamo detto: ancora oggi nei testi di ginecologia, la parte dell’utero che sporge in vagina reca una apertura che è detta «muso di tinca», cioè di un pesce di acqua dolce. Ma la tinca non esaurisce certo la varietà ittica. Un paragone molto comune, infatti, è con il polipo, sia a cagione della forma della sua testa, paragonabile a quella dell’utero, interpretazione di Sorano, sia per le varie ventose che venivano attribuite al suo interno, i cosiddetti «cotiledoni» descritti anche da Galeno. Questo termine è ancora in uso per indicare i lobi tra cui è divisa la placenta. Anche l’originale paragone con una ventosa, che troviamo inscritta su molti talismani greci e romani per favorire il parto, viene così progressivamente sostituita dall’effigie di un polipo. Nei Musei Capitolini, all’interno della collezione Santarelli, è possibile osservarne uno di pregevole fattura in cui il corpo uterino a forma di ventosa si arricchisce di tentacoli polipoidi. Non solo le due forme anatomiche sono analoghe, ma la capacità di spostamento del polipo può essere assimilata a quella dell‘utero errante all’interno del corpo femminile, così come, e qui entriamo nel campo dell’immaginario collettivo, la forza strangolatrice dei suoi tentacoli può ben essere paragonata a quel «soffocamento dell‘utero» che abbiamo detto essere la cagione dell’isteria. E dato che la cura spesso deriva dal male stesso, nell’antichità medica non poteva mancare, per una corretta alimentazione della gestante, una dieta a base di polipo, adatta ovviamente pure in caso di infertilità. La testa di Medusa Infine l’analogia più sorprendente, ma in fondo riassuntiva, metaforica di quel coacervo di pregiudizi, pulsioni, osservazioni pseudoscientifiche, anatomie fantastiche e via enumerando, che abbiamo parzialmente descritto: il paragone tra il nostro organo mobile e la testa di Medusa. Si proprio lei, la spaventevole Gorgone con la capigliatura serpentina, capace di pietrificare chi la guardasse negli occhi; l’essere, in fondo tragico, sconfitto da Perseo con la sua stessa arma. Sempre presso i Musei Capitolini, nella collezione Santarelli, è visibile un amuleto cammeo pro parto, con testa di Gorgone. Da dove nasce l’analogia? Naturalmente dal mito. Si perché l’anguicrinita, secondo Ovidio, ma anche secondo Pausania, era in origine donna di una bellezza abbagliante che, a seguito degli amori con un dio, Poseidone secondo le Metamorfosi, o come capo del suo popolo poi sconfitto, secondo il periegeta, era stata poi trasmutata in mostruosità. Ovidio, infatti, ce la descrive come sacerdotessa di Minerva. Di lei si innamora Poseidone che la prende e poi, ovviamente, sparisce. Gli dei sono rapinosi, non amano: si invaghiscono, possiedono, stuprano, non fanno l’amore. E così la povera Medusa viene punita in modo crudele da Minerva per aver rotto il giuramento di verginità. Qui abbiamo già un dato analogico significativo: la punizione per la trasgressione ad un interdetto sessuale. L’interdetto è uno dei fondamentali psichici della potenza erotica che, come dice Bataille: «Oltrepassa l’interdetto senza però sopprimerlo»; un po’ come alzare la sbarra di un confine che però rimane, ed anzi, viene corroborato proprio da questo gesto. Ed infatti, nel caso di Medusa, lei viene punita, mentre Poseidone torna bellamente al suo mondo subacqueo. Per Pausania, invece, Medusa era una splendida principessa che combatté alla testa delle sue truppe libiche l’invasore Perseo. Caduta in una imboscata l’eroe le tagliò la testa, non per crudeltà, ma perché i suoi compagni rimanessero impietriti dinanzi alla sua bellezza. Ultimo, ma non per ordine di importanza, un’interpretazione del mito di Medusa vuole che il sangue che sgorgava dalla sua testa recisa fosse paragonabile a quello mestruale. Aristotele, ad esempio, sostiene che lo sguardo di una donna mestruata può lasciare macchie di sangue su di uno specchio. Ma qui si apre una altro capitolo della fisiologia fantastica che ci porterebbe ancora più lontano di quanto abbiamo sino ad ora condotto il lettore, sull’onda di questo rutilante fluido della vita. autopsia di Agrippina

Biocrazia: la minaccia di Ebola, da Il Manifesto 18-10-2014

La pandemia di Ebola sta cambiando l’approccio clinico alla malattia, imponendo procedure di relazione tra medico e malato e tra malato ed ambiente radicalmente diverse da quelle tradizionali. A differenza di altri morbi del passato, la peste medioevale, ma anche recenti come l’Aids o la Sars, nel caso di Ebola la contagiosità vera o presunta del virus finisce per colpisce la dignità stessa del paziente, riducendolo drasticamente da essere umano bisognoso di cure ad oggetto altamente infetto ed infettante dal quale bisogna assolutamente prendere le distanze e mantenerle. Per questo le caratteristiche di Ebola rimettono in discussione tutti i protocolli di cura e prevenzione, arrivando a creare, gioco forza, una vera e propria barriera tra malato e personale sanitario che, ad esempio nei bambini, generano dei fenomeni psicotici gravissimi, schizofrenie, o veri e propri attacchi di panico, che ne compromettono ulteriormente le difese immunitarie. Nei casi incurabili come Ebola, infatti, dove la terapie è soltanto sintomatica, la risposta dell’organismo è decisiva: è la reazione somatopsichica alla malattia; la battaglia che la mente ed il corpo insieme combattono contro l’invasione esterna è tutta basata su questa stretta alleanza contro il male. Se il sostegno psichico viene meno anche quello somatico finisce per decadere. Immaginiamo allora come un bambino affetto da Ebola possa vivere la relazione con persone che si avvicinano a lui immerse in scafandri da marziani, tenuto lontano dagli affetti dei suoi cari ed in un luogo che già nella sua conformazione spaziale assomiglia ad una anticamere dell’inferno. La necessità di pieno isolamento, inoltre, sta, paradossalmente, ma neanche tanto, letteralmente svuotando i centri preposti alla gestione dei malati. I centri al momento sono organizzati come veri e propri lager: si entra ma non si può uscire. In teoria anche i veicoli che hanno accompagnato il malato, devono essere sottoposti ad una pesante disinfestazione, mentre gli accompagnatori devono restare anch’essi in un’area di quarantena. Spesso il malato viene lasciato nei pressi del centro e quando si avvicina il personale lo deve tenere a distanza di sicurezza, prima di poter attivare i protocolli di ammissione. Se pensiamo alla sintomatologia prevalente, una fortissima diarrea, forse riusciamo ad immaginare vagamente quale perdita di dignità vivano questi soggetti nel momento dell’abbandono da parte dei parenti e dopo la presa in carico da parte di personale sanitario che si rivolgerà loro solo attraverso la mediazione delle tute e solo per pochi minuti al giorno. Lo stress di questa attività è fortissimo, tanto che i turni durano poche ore per evitare che la stanchezza faccia perdere la concentrazione, ed il personale preposto spesso si abbraccia una volta indossata la tuta per sentire un contatto corporeo che durante il periodo di trattamento non sarà più possibile. A questo si aggiungono le componenti culturali prevalenti, di sfiducia verso le autorità nazionali, che per anni sono state alimentate da sistemi sanitari fallimentari e non certo rispettosi della salute pubblica. L’idea, dunque, è che chi entra nei centri non ne esce se non come cadavere; per dipiù anche i cadaveri sino a poco tempo fa non potevano in nessun modo essere mostrati ai parenti in quanto sono il massimo dell’infettività. Negli ultimi tempi si è pensato allora di ricorrere alle fotografie, ma anche questo semplice gesto, all’interno delle tute di protezione, rappresenta un problema non da poco. Se poi pensiamo alla relazione molto stretta in queste culture con il corpo del defunto, che viene esposto ai parenti ed agli amici per giorni interi, si capisce anche la crescente disaffezione dei cittadini per questi centri di isolamento. Dunque il valore simbolico, prima ancora che epidemiologico, della pandemia di Ebola è altissimo poiché mai in passato si era eretta una barriera così assoluta tra chi curava e chi doveva essere curato. Ebola, invece, sembra il trionfo della biocrazia, della burocrazia che governa la vita, sulla medicina clinica, su quel clinamen, inclinazione, che rappresenta il gesto col quale in medico si avvicinava al paziente, mischiando le aure, contaminandosi per poter entrare in empatia con lui e poterlo così curare meglio, come parte di se stesso. Oggi facciamo fatica a trovare medici che vogliano occuparsi di Ebola, sembra una paura legittima ma è in realtà figlia di questa degenerazione biocratica. Chi può fidarsi di un medico che teme il suo malato? Raffaele K. Salinari, Terre des Hommes web-2

biopolitica dela pandemia di Ebola, da Il Manifesto 8-10-14

Dal dicembre 2013 è in corso la prima epidemia documentata da virus Ebola in Africa occidentale, la più grande sino ad ora riscontrata sia per il numero di focolai attivi che di decessi riportati, ad oggi circa duemila. Quest’ampiezza è dovuta al fatto che in passato – il virus è noto sin dalla metà degli anni Settanta – i casi erano ristretti alle zone rurali poco popolate e distanti tra loro, mentre l’epidemia attuale si presenta in modalità urbana, in aree cioè densamente popolate e con condizioni igieniche che la favoriscono, come nei sobborghi delle capitali Freetown, Conakry e Monrovia. L’origine di questa epidemia non è nota, tuttavia si sospetta che i primi casi possano essere stati contagiati da cacciagione infetta – il virus, infatti, è zoonotico cioè ospitato da diverse specie animali – mentre la maggior parte dei casi secondari ha probabilmente partecipato alle cerimonie funebri tradizionali dei primi deceduti, che comprendono la veglia del defunto e la sua esposizione pubblica e senza protezione per diversi giorni, entrando così in contatto col virus. Per questo si ritiene che la trasmissione interumana diretta costituisca al momento la principale fonte di contagio e trasmissione della malattia. Per capire l’epidemiologia di questo specifico evento, e soprattutto cosa c’è dietro le contromisure che sono state prese dalla comunità internazionale, cominciamo allora col dire che l’epidemia non è arrivata del tutto inattesa, in quanto la Guinea presenta un ecosistema già associato con epidemie da Ebola: infezioni umane sono state sierologicamente documentate nel recente passato. Dunque assistiamo ad una manifestazione di origine endemica, cioè sempre presente in una certa zona, che diventa progressivamente epidemica, cioè si allarga ad altre aree. Ciò significa che ci sono responsabilità umane evidenti, almeno nel non prendere in considerazione le varie fasi che portano da una condizione circoscritta, e dunque gestibile con i presidi locali, a quella di area vasta, che ha invece bisogno di infrastrutture sanitarie molto più sofisticate. I primi casi di Ebola, infatti, si sono verificati nella regione forestale della Guinea sud-orientale, vicino al confine con la Liberia e la Sierra Leone; l’eziologia venne confermata già nel marzo 2014. In seguito, l’epidemia ha cominciato ad estendersi e, nel settembre 2014, sono stati segnalati altri casi sospetti e/o confermati di Ebola, in Guinea, Liberia, Serra Leone, Nigeria e Senegal. Era questo il momento, se veramente ce ne fosse stata la volontà, di circoscrivere l’epidemia in fase iniziale, anche perché è nota l’entità importante sia della mobilità all’interno dei singoli Paesi, sia di quella transfrontaliera, favorita dalla presenza di comunità omogenee che, insediate lungo confini di origine coloniale, condividono appartenenze tribali ancestrali e dunque attività socio-culturali comuni. Ma non è andata così. L’epidemia si è propagata a macchia d’olio, con progressione geometrica, sino a giungere alla fase attuale, sostanzialmente fuori controllo, almeno con i mezzi attualmente a disposizione delle autorità sanitarie locali. Ora, di fronte alle statistiche di mortalità che configurano un vero e proprio genocidio, dobbiamo chiederci a chi giova questa drammatica situazione. E allora proviamo a spiegare la posizione occidentale sul tardivo intervento sanitario, con l’uso politico dell’epidemia e quindi del conseguente utilizzo che si intende fare dei fondi per combatterla. In realtà dietro ciò che sta accadendo vive, tra le altre cose, la visione, cinica ma realistica, che l’Africa sub sahariana possa essere «ricolonizzata» dall’Occidente entro una decina di anni senza colpo ferire. L’idea non è nuova, ma il combinato disposto della pandemia di Aids in atto già dagli anni Ottanta e di quella da Ebola oggi, ha dato a questa teoria dello «spazio vitale» nuovo impulso. Detto con chiarezza: come non soffermarsi sulla possibilità che un Occidente in affanno di materie prime a basso costo e spazi nei quali scaricare i rifiuti, non aspetti che le pandemie facciano il loro corso per poi cogliere il frutto maturo di nazioni deprivate delle sue forze migliori, magari spartendole con l’emergente Cina? Una pura spiegazione biopolitica secondo la visione di Foucault, nulla di originale. I promessi aiuti infatti, anche se dovessero arrivare, non serviranno a sconfiggere la malattia, questo lo sanno tutti, ma al massimo la terranno sotto controllo, decidendo così delle vite che vale la pena (la plusvalenza) di salvare, da quelle che invece vanno semplicemente lasciate morire. Chi oggi andasse a Monrovia vedrebbe scene da Medio Evo: veri e propri lazzaretti dove i disgraziati sospettati di Ebola vengono confinati e lasciati a se stessi. A cosa servono quindi realmente quei pochi milioni di dollari che comunque arriveranno, con tanto di tute gialle riprese e rilanciate dal media mainstream su tutti gli schermi del mondo? In sintesi a rafforzare le basi per un controllo mirato delle popolazioni ma soprattutto delle loro relazioni territoriali con le risorse strategiche. Già da anni, infatti, con la scusa dell’epidemiologia dell’Aids, vengono «tracciate» le popolazioni nei loro flussi migratori. Lo studio del morbo si è così da tempo trasformato in una forma di controllo delle popolazioni, nomadi per necessità, attraverso pratiche di schedatura di massa; la stessa cosa rischia di avvenire anche per Ebola, basti pensare alla relazione tra epidemiologia e migrazioni internazionali per capire che strumento potente di «contenimento» rappresenta potenzialmente questa epidemia. La volontà americana di gestire la situazione attraverso i militari, è solo un esempio di questa «geopolitica della pandemia» che venne lanciata con discrezione nei lontani anni Ottanta quando, dopo una prima fase molto spettacolare, gli aiuti per la lotta all’Aids sono praticamente stati azzerati. Se si adotta questo punto di vista si capiscono allora molte altre vicende in atto nel continente africano; ad esempio la ragione del perché piccole guerre dimenticate, e dimenticabili, vengono oggi lasciate al loro destino per magari domani essere rimesse sotto i riflettori a giustificare qualche intervento umanitario. Tutto questo è stato evidenziato all’interno dell’ultimo rapporto UNDP sullo sviluppo umano, che sottolinea il dato strutturale della vulnerabilità di intere popolazioni anche a causa dell’abbandono da parte dei paesi ricchi delle politiche che una volta si definivano «di sviluppo», per muovere ad una concezione decisamente emergenziale delle relazioni tra i paesi arricchiti e quelli impoveriti. Se è vero, in conclusione, che costerebbe meno prevenire che curare, possiamo dire, parafrasando Karl Kraus, che oggi l’umanitario è la pulsione sadica del capitalismo. Raffaele K. Salinari virus-ebola-18

E’ uscito: L’Altalena

E' uscito: L'Altalena

Che senso ha scrivere una storia dell’altalena, richiamarne i significati sacri, gli usi visionari, le ascendenze mitologiche? In fondo è solo un gioco, un innocente passatempo per bambini che però, e qui sta l’arcano, mai lascia indifferenti, sempre turba l’anima in modo inspiegabile. Forse è perché viene da un tempo lontano, quando le distanze tra l’umano e il divino non erano, come oggi, incommensurabili, e quel gioco simboleggiava la loro congiunzione: una pratica estatica per rigenerarsi al cospetto della zoe.

Nell’antica Grecia zoe significava Vita, senza nessuna caratterizzazione: esistenza incondizionata. E questa zoe, che non ha contorni e neppure definizioni, ha il suo sicuro opposto in thanatos, la morte. Ciò che in zoe risuona in modo certo e chiaro è «non morte»: qualcosa che non la lascia avvicinare a sé; da questo Bataille vedrà nell’erotismo l’affermazione della Vita sino dentro la morte. Agli albori della civilizzazione mediterranea governava il nostro mondo una sola Grande Dea: Lei rappresentava il culto universale. Leggi tutto…

Il violino della cattedrale di Chartres, da Alias, 6-9-2014

«Chi vuol fare la nostra pietra artificiale, al principio della natura deve guardare. Noi siamo del metallo principio e prima natura, l’arte fa tramite noi la suprema tintura. Non c’è fonte uguale a me, né ruscello dura: sani, giovani e ricchi tutti rende la mia cura, e sono insieme veleno mortale (ma poi ristorata torno vitale). Io sono un re, il mio corpo è salutare, ma una donna desiderano l’anima ed il cuore. Io sono una regina di nobili maniere, un marito sia guida al mio corpo dolcemente. O luna, lascia che io diventi il tuo marito ed il più forte sovrano delle terra da te sarà partorito. O sole, volentieri io ti sarò obbediente, ma prima dobbiamo immergerci nel bagno naturalmente. O luna questo bagno è tanto salutare e diligente che i nostri corpi subito celestiali rende. O sole, se non ci fosse il nobile bagno non ci darebbe luce nessun astro. O luna, nell’abbraccio del mio dolce amore diventi bella e forte come il tuo signore. O sole, per quanto la tua luce superi ogni stella, tu hai bisogno di me come il gallo della pollastrella». Questi primi versi de La Canzone del Sole e della Luna, ballata alchemica scritta circa nella seconda metà del Cinquecento, illustrano bene, sotto forma di picta poesis (ovvero della correlazione tra testo poetico ed immagine emblematica) la centralità dei due astri nella preparazione della «pietra artificiale», cioè la Pietra Filosofale, metafora di ciò attraverso cui è possibile penetrare e manipolare la natura unica di tutte le cose.

Le torri della cattedrale di Chartres
Le due torri della Cattedrale di Notre Dame a Chartres si alzano imponenti verso il cielo, mentre lo sguardo si perde nel contemplare questo capolavoro dell’architettura gotica. Su ognuna delle sommità è possibile osservare un sole ed una luna, segni inequivocabili che anche qui, come in Nostra Signora di Parigi, i simboli della Grande Opera sono impressi nel cuore stesso della pietra a formare quel mutus liber che l’ermetico Fulcanelli ha descritto magistralmente nel suo Le dimore filosofali. Gli emblemi dei due astri principali, dunque, svettando sulle guglie che portano il loro stesso nome, congiungono «ciò che sta in alto con ciò che sta in basso, per il potere di una Cosa Sola», come recita la Tavola Smeraldina attribuita ad Ermete Trismegisto.
E così il sole e la luna sono l’immagine visibile e sottile di una energia ctonia altrettanto potente quanto invisibile che, lo vedremo, insieme alla luce che promana dalle splendide vetrate colorate, è in grado di orientare la mente del pellegrino in una prospettiva tale da ricongiungerlo, almeno per un solo momento, alla verità della Madre Materia, qui ipostatizzata nella figura protetta dalla cripta sotterranea che la ospita: la Vergine Nera, la divinità scura ed oscura come la terra d’Egitto, Al-Kema, da cui nascono sia il nome alchimia sia la prima fase della trasmutazione: l’Opera al nero.
Questa potenza sotterranea rende, se possibile, Nostra Signora di Chartres qualcosa di ancora più arcano rispetto a ciò che, in questo senso, già rappresenta Notre Dame di Parigi, la cattedrale in cui, ai due lati del Portale del Giudizio, ignoti Maestri hanno scolpito, a perenne memoria degli adepti, minuziosamente e con dovizia di particolari, ognuno dei passaggi del Magistero alchemico, peraltro ripresi a colori sull’emisfero superiore del grande rosone centrale.
A Chartres, invece, come scopriremo, il messaggio è molto più fisico, non soltanto simbolico dunque, come si vede dalle due torri principali, quanto decisamente sensoriale; una introduzione allo stato di coscienza che apre al significato essenziale dell’esistenza, all’estasi mistica, attraverso una sapiente ed arcana combinazione di vibrazioni visive ed acustiche, operata attraverso quel gigantesco strumento musicale che è il corpo stesso della grande chiesa.

La costruzione di Chartres
Nel 1184 l‘antica basilica romanica, ultima di cinque chiese precedenti tutte diroccate, era stata distrutta da un incendio; lo sgomento della popolazione, però, si era trasformato ben presto in speranza quando, sgombrando le macerie del vecchio edificio, riapparve tra i calcinacci il lembo della tunica della Vergine; reliquia, come si può immaginare, preziosissima ed assolutamente vera, com’era in uso credere all’epoca, ed ancora oggi: il velo è sempre esposto nel deambulatorio, al lato nord, in una delle cappelle absidali. Il ritrovamento bastò dunque ad accendere nel popolo la volontà di ricostruire la Cattedrale più bella e preziosa di prima. I lavori durarono solo una trentina d’anni, un vero miracolo per quell’epoca, ed ancor più oggi; tutta la cittadinanza di Chartres partecipò con convinzione e devozione, aiutando come poteva i capi mastri che ebbero il compito di dirigere l’edificazione. Già questo fatto ha dello stupefacente: della Cattedrale, infatti, non esiste, e non è mai esistito, un piano complessivo, perché ogni capomastro si interessava di una parte specifica, certo coordinandosi con gli altri, e però usando per le fondazioni e le tecniche di messa in opera misure affatto diverse: chi l’antico piede romano(296 mm), chi quello inglese(304 mm), reale (325 mm) o teutonico(333 mm). Se ci fosse perlomeno stata una «tradizione» architettonica su cui convergere, tutta questa eterogeneità avrebbe avuto un punto di caduta comune ma, come risulta storicamente, la Cattedrale di Chartres è assolutamente unica nel suo genere: le navate, il coro, i transetti, si ergono ad altezze mai tentate prima.
Le grandi vetrate poi, uno dei suoi misteri, furono ricavate a scapito della solidità dei muri, da qui la necessità di tutti gli archi rampanti, innovativi, per sostenere il peso della costruzione ed evitare le disastrose evenienze che si verificarono, ad esempio, a Beauvais, oggi famosa per l’aeroporto in cui atterrano i voli low cost, dove il coro crollò ben due volte durante la costruzione. Ma chi erano questi mastri costruttori? Sappiamo pochissimo di loro, nessun nome è stato tramandato, o quasi. Il visitatore attento può però cogliere le loro «firme», un pesce qui, l’abbozzo di un volto li: segni importanti, non solo per ricordare la presenza dei faber ma anche perché rappresentano, in qualche modo, l’anello di congiunzione tra il gotico ed il romanico, quel periodo architettonico tanto complesso quanto fantastico che seppe dare all’umanità una visione del cosmo coerente perché piena di analogie sottili.
L’unico nome certo e documentato è quello di Villard de Honnecourt, di cui sappiamo qualcosa poiché, nella Biblioteca Nazionale di Parigi, è ancora custodito un suo quadernetto di appunti con disegni di parte della Cattedrale. Curioso particolare: tra gli schizzi ed i progetti di macchine da costruzione, vi è anche una ricetta per l’utilizzo della canapa indiana, forse come stimolante di quell’immaginazione fantastica che permetteva a queste menti visionarie di concepire l’inconcepibile.
Altro mistero irrisolto è quello dei fondi: chi pagò per erigere la Cattedrale? Chartres era, ed è, un piccolo paesino, con una modesta fiera rurale; la popolazione non poteva che provvedere all’opera attraverso la fornitura delle sue braccia e di un poco di materiale. In realtà, e questo spiega l’aura della chiesa, vi fu un massiccio intervento dei Templari, che molte storie danno legati a quella zona della Francia. I Cavalieri del Tempio, fondati da San Bernardo di Chiaravalle, come ci ricorda Victor Hugo, tornarono dalle Crociate con molta sapienza e molti segreti, tra i quali quello per costruire l’ogiva, cifra distintiva dell’architettura gotica in netta discontinuità con tutto ciò che la precedeva, segno di un innesto che molti non dubitano sia stato mutuato dai piani di costruzione del Tempio di Salomone, li dove si dice fosse custodita l’Arca dell’Alleanza, forse proprio quel «Gran Segreto» che i Cavalieri erano tenuti a celare.

Il labirinto e le vetrate
All’interno della Cattedrale è possibile ammirare il famoso labirinto, il cui sviluppo complessivo supera i 250 metri. I fedeli lo percorrono ancora adesso in ginocchio, come una sorta di pellegrinaggio verso uno dei luoghi santi della cristianità: il centro del dedalo, infatti, viene assimilato a Gerusalemme. Il significato sacro del labirinto è di derivazione romanica, l’architettura che più di ogni altra ha saputo e voluto rappresentare in pietra le gerarchie cosmiche cristiane. Che il labirinto di Chartres sia inserito all’interno di una cornice microcosmica che vedeva, in quei secoli, l’oggettiva difficoltà per un pellegrino di recarsi a Gerusalemme, e dunque la necessità di sostituirla con altri «luoghi santi» – Compostela, Loreto, e naturalmente la stessa Roma – esalta la sua natura di vestigia della spiritualità medioevale, come ci dice Victor Hugo nelle pagine di Notre Dame de Paris quando descrive il passaggio dal romanico all’ogivale architettura gotica.
Per lo scrittore francese, infatti, il romanico è l’estrema propaggine architettonica di un mondo ordinato gerarchicamente attorno all’indefettibile monoteismo cristiano; ma già il gotico, con le sue guglie scagliate verso il cielo, come una sfida non solo alla fisica ma alla divinità stessa, testimoniano di una umanità che lentamente si vuole affrancare da questa subalternità, pur restando ancora immersa nella fede. «Prendiamo ad esempio il medio evo: nel suo primo periodo, mentre la teocrazia organizza l’Europa, mentre il Vaticano riunisce e riclassifica intorno a sé gli elementi di una Roma fatta con la Roma che giace crollata intorno al Campidoglio, mentre il cristianesimo va cercando tra le macerie delle civiltà anteriori tutti i piani della società e ricostruisce con quelle rovine un nuovo universo gerarchico, di cui il sacerdozio è la chiave di volta, si scorge dapprima emergere da quel caos, e poi a poco a poco sorgere dagli scavi delle morte architetture greca e romana, sotto il soffio del cristianesimo, quella misteriosa architettura romanica, sorella delle costruzioni teocratiche dell’Egitto e dell’India, emblema inalterabile del cattolicesimo puro, geroglifico immutabile dell’unità papale. Tutto il pensiero d’allora, in verità, è scritto in quel cupo stile; ci si sente dappertutto l’autorità, l’unità, l’impenetrabile, l’assoluto; Gregorio VII; il prete dappertutto, l’uomo giammai; dappertutto la casta, il popolo mai. Ma ecco le Crociate: un gran movimento di popolo, qualunque ne siano le cause e gli scopi, sprigiona sempre, dal suo ultimo precipitato, lo spirito della libertà… L’Europa è cambiata. Ebbene; anche la faccia dell’architettura è cambiata. Al pari della civiltà essa ha voltato pagina e il nuovo spirito dei tempi la trova pronta a scrivere sotto la sua dettatura: essa è tornata dalla Crociate con l’ogiva, come le nazioni ne sono tornate con la libertà…».
Anche le famose vetrate di Chartres sono un’attrazione magnetica per ogni visitatore. Il loro segreto è ancora nascosto nelle lastre originarie, circa la metà di quelle attuali, in cui i colori fondamentali, il rosso ed il blu, furono ottenuti combinando sapientemente il silicio presente nella sabbia fluviale con scaglie di oro ed argento, i due metalli simbolo del sole e della luna, i principi maschile e femminile dell’Opera; separati in natura ma ricomponibili nella loro dualitudine proprio per mezzo del Magistero alchemico.

Il violino della Cattedrale
Ma la determinante esoterica di Chartres, ciò che esalta e porta ad effetto le vibrazioni luminose che emanano dalle vetrate, il suo arcano affatto unico, è la sua funzione di enorme strumento musicale, capace di poter suscitare un’energia mistica potente, avvertibile chiaramente da chi sa come evocarla ed ascoltarla. Michael Maier, nel suo trattato Atalanta fugiens, mette in relazione le fasi della Grande Opera con altrettante fughe musicali e tavole che illustrano simbolicamente i processi operativi per arrivare alla ricomposizione tra l’uomo ed il Mondo, tra il dentro ed il fuori di noi.
La musica è un veicolo ineguagliabile per raggiungere la consapevolezza dell’Unità. Gli alchimisti medioevali chiamavano il loro Magistero Arte della musica. In una nota immagine dell’Ampitheatrum sapientiae aeternae (1609) di Khunrath, sul tavolo dell’alchimista si vedono rappresentati strumenti musicali a corda, mentre una scritta sotto di essi accenna alla musica sancta ed all’armonia delle sfere cosmiche. Ma il vero strumento del sacrificio musicale, cioè della comunione con l’insieme della Creazione, è fatto col proprio corpo, sommo strumento vibratile di ricongiungimento tra il macro ed il microcosmo.
E allora, per descrivere il funzionamento e la struttura di questo gigantesco produttore di vibrazioni sonore che è la Cattedrale di Chartres, dobbiamo discendere ben oltre la cripta della Madonna Nera, la Madonna del Sottosuolo che regge e collega la parte celtica della Cattedrale con quella cristiana. «Nel medio evo», dice ancora Victor Hugo, «quando un edificio era completo, ve n’era altrettanto sottoterra che fuori. A meno che non fossero stati costruiti su palafitte, come Nostra Signora di Parigi, avevano sempre un doppio fondo. Nelle cattedrali, vi era in certo modo un’altra cattedrale sotterranea, bassa ed oscura, misteriosa, cieca e muta, sotto le navate superiori che riboccavano di luce e risuonavano di suoni d’organo e di campane, giorno e notte».
Come vedremo bene proprio a partire da questa descrizione generale, la Cattedrale di Chartres è una decisa eccezione, non per la sua architettura inferiore, bensì per il ruolo attivo che questa svolge nell’economia dell‘intero edificio sacro. La cripta della Madonna Nera, infatti, è a sua volta collegata al pozzo di origine celtica che rappresenta la base originaria della costruzione. Il pozzo, a pianta quadrata, è profondo 37 metri – esattamente l’altezza dal pavimento alla navata – e pesca in un bacino particolarmente ricco di corsi d’acqua sotterranei, carsici ma in movimento perenne, che hanno condizionato non solo la morfologia idrogeologica del terreno su cui è stata edificata la Cattedrale, ma la sua pianta stessa.
A differenza delle altre chiese gotiche, e non solo, infatti, come Notre Dame di Parigi, quella di Chartres non è orientata secondo un asse est-ovest, che consente cioè di cogliere al massimo nel corso della giornata l’intensità dei raggi del sole in ascesa ed in discesa, bensì lievemente spostata verso nord-est. Questa particolarissima declinazione è chiaramente testimoniata dalla piccola meridiana sormontata da un angelo, ancora visibile sull’angolo destro della facciata, che ci indica con precisione lo scostamento dell’asse dalla direttiva canonica.
Il suo angelo è stato oggetto anche di una poesia di R.M. Rilke, i cui versi recitano così: «La bufera che scuote la forte cattedrale, come la furia del pensiero che nega, ci spinge a un tratto con più tenerezza verso di te, attratti dal tuo sorriso, angelo sorridente, sensibile figura che hai la bocca di cento bocche fatta, e non ti accorgi che le nostre ore si allontanano da te, e dalla colma meridiana su cui stanno, a un tempo tutti i numeri del giorno, ugualmente reali, in profondo equilibrio, quasi ricche e mature fossero tutte le ore. Che sai tu, che sei di pietra, del nostro essere? E forse hai anche più beato il volto quando volgi alla notte il tuo quadrante?». La meridiana non è dunque li come semplice strumento astronomico, ma come segno visibile di una originalità cercata e peculiare. Perché l’originale disposizione, cos’ha ordinato in questo senso la planimetria della Cattedrale?
Sono proprio i fiumi sotterranei a darci la risposta. La chiesa, infatti, risulta costruita, nella sua estensione di superficie, come una enorme nave che solca, tagliandoli perpendicolarmente, i corsi d’acqua che in profondità corrono paralleli gli uni agli altri, come le onde di un mare infero, o come le corde liquide di un enorme violino. Ed a questo punto capiamo il significato del pozzo celtico, detto Pozzo dei Forti, come venivano chiamati gli iniziati ai culti druidici che qui si riunivano, ben prima che il cristianesimo si impossessasse del luogo: il suo scopo è quello di ricevere ed immagazzinare parte di queste acque che fluiscono, per così dire, sotto la chiglia della Cattedrale.
E qui entra in gioco un altro elemento architettonico fondamentale per comprendere il funzionamento del tutto: il titanico pilastro di pietra che collega la base del pozzo al pavimento della chiesa, attraversando la cripta della Madonna Nera. Questa colonna funziona esattamente come la cosiddetta «anima del violino», il piccolo cilindro di legno che viene sapientemente inserito dal liutaio nella cassa al di sotto del ponte affinché il suono abbia quella particolare caratteristica che ogni strumento porta con sé. Ebbene è proprio la colonna che trasmette e modula verso il pavimento di pietra della Cattedrale le onde sonore prodotte nel pozzo dal continuo passaggio dei fiumi sotterranei.
Chi cammina sul pavimento della chiesa, dunque, si muove sulla superficie di una cassa armonica in continua vibrazione, provocata dal passaggio sotterraneo delle acque che si trasformano in onde sonore trasmesse poi all’impiantito, e dunque a tutto corpo architettonico sovrastante, mercé l’enorme colonna di pietra sottostante. Le correnti telluriche, quelle che da sempre muovono con i loro invisibili campi di forza la migrazione degli uccelli, qui sono state per così dire imbrigliate a favore dell’umanità, come forza ancestrale al servizio dello spirito.
Chi conosce l’arcano, dunque, lo visualizza e si pone in cammino circumdeambulando tutta la cattedrale, a partire da una pietra particolare, detta «solstiziale» – situata nel prolungamento del muro sud della navata in mezzo alla navata laterale del transetto – riconoscibile poiché solo una volta l’anno, il 21 giugno, solstizio d’estate, un raggio che parte da un foro posto nella vetrata di S. Apollinare, al mezzogiorno vero, non quello degli orologi ma del sole, la illumina per pochi secondi.
Muovendo da li, chi faccia il giro perimetrale assorbe, al tempo stesso, sia le vibrazioni luminose delle vetrate, sia l’energia sonora prodotta dalle acque sotterranee. Infine, dopo il tragitto circolare, tornati presso la pietra solstiziale, si rimane per un momento in meditazione, o in preghiera, o in semplice silenzio interiore, come più aggrada alla natura di ciascuno, unendosi così alla costruzione tutta e restituendole una parte dell’energia accumulata; un sacrificio di riconoscimento per i pensieri elevati che abbiamo potuto coltivare nei preziosi istanti in cui siamo stati alimentati dall’acque e dalla luce, le potenze generatrici della Grande Madre che sempre veglia su di noi.

 

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tanatopolitica ed immigrazione, da Il manifesto 29-8-14

Mentre l’attenzione dei media si concentra sulle caratteristiche che prenderà Frontex plus, il nuovo sistema europeo di difesa-salvataggio da e in favore degli immigrati che tentano la via del Mediterraneo, la situazione libica e l’arco di crisi medio orientale continuano a spingere donne, uomini e bambini a cercare asilo in Europa. Scordando colpevolmente che la quasi totalità delle guerre e delle vecchie e nuove dittature oggi in conflitto tra loro sono il frutto diretto degli interessi occidentali, statunitensi ed europei, le politiche estere dei paesi industrializzati si limitano ad affrontare le onde migratorie come mere emergenze contingenti e stagionali e non invece per ciò che sostanzialmente sono: fenomeni strutturali e strutturati, oramai organici ed imprescindibili dal modello di sviluppo dominante che li utilizza a seconda delle contingenze economiche; ora come serbatoio di manodopera a basso prezzo quando il mercato tira, ora come problema di ordine pubblico internazionale da governare manu militari quando le braccia non servono più e arrivano persone richiedenti asilo. In questa contingenza appare chiaro che, al di la della retorica, l’Europa liberista agisce solo lo stretto indispensabile per non perdere la faccia di fronte alle agenzie ONU ma senza affrontare alla radice le cause strutturali del fenomeno, né tantomeno potenziare l’accoglienza a livello europeo, come dimostrano le reticenze in merito alle proposte italiane più strutturali, dal permesso di soggiorno condiviso, ai cambi richiesti a Dublino 2. Solo dall’inizio di questa settimana ci sono stati più di tre naufragi, centinaia di persone salvate da Mare Nostrum mentre in Libia il mare sta restituendo altri cadaveri, più di duecento corpi solo sulla costa est di Tripoli. Si dice che Mare Nostrum aumenta le partenze ma non è vero, il problema è che la situazione in molte aree del mondo è sempre più critica e la partenza/fuga inevitabile. La soluzione radicale quindi non è solo Mare Nostrum oggi o Frontex plus domani, ma l’innesto di politiche europee di cooperazione allo sviluppo e la pace e per l’aiuto il loco dei richiedenti asilo, tutti tasselli oggi mancanti a partire dalla colpevole assenza di corridoi umanitari e della possibilità di fare domanda di protezione nelle ambasciate europee dei Paesi di partenza. Ma la crisi strutturale della UE e quella ancor più grave dell’Italia, stanno producendo un’anestesia morale, oltre che politica, che dilaga nel Paese ed in tutto il Continente, ma da cui occorre risvegliarsi. Se, infatti, la notizia dei morti in mare pur prendendo ancora la prima pagina di molti giornali, non influenza come dovrebbe né l’opinione pubblica né quella politica, è perché questi sono morti di serie b e rappresentano solo un ennesimo problema in termini di bilancio, lo scarto delle politiche estere guerrafondaie. Adesso che non arrivano più uomini ma direttamente cadaveri, per cui non c’è neanche più posto, nei cimiteri, dovrebbe essere chiaro come, in realtà, queste morti sono il sintomo di un dispositivo che agisce erga omnes, di un sistema che in questa fase storica è detentore del potere di decidere chi deve vivere e chi deve morire: la biopolitica, il potere di sostenere la vita o lasciar morire, come diceva Foucault, è diventata nella crisi economica una tanatopolitica tout court.
E allora occorre cambiare linguaggio, chiedere all’Europa di assumersi la responsabilità anche di parte delle matrici politiche che causano questi flussi migratori. Tra l’Occidente e queste aree mediterranee è in atto una vera e propria guerra fredda, di cui gli immigranti sono le vittime: parte chi non può difendersi, chi non ce la fa. e il numero dei morti sono quelli di un bollettino di una guerra mai dichiarata che vede, da una parte interessi esclusivi ed escludenti, e dall’altra masse ridotte in povertà crescente, piegate alle ingiustizie, sottoposte a regimi che mortificano ogni diritto umano fondamentale. Se il nostro Ministro degli Esteri Mogherini, diventerà Alto Rappresentante per la politica estera europea la invitiamo caldamente a prendere da subito in considerazione scenari più ampi di quelli delle compatibilità economiche amministrate dagli eurocrati ma decisa dagli amministratori delegati delle grandi banche perché per questi oscuri signori della plusvalenza le guerre sono da sempre più profittevoli della pace.

Lilian Pizzi , Raffaele K Salinari
Terre des Hommes

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