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La “Misericordia” di Papa Francesco, da Il Manifesto 21-3-2015

L’Anno Santo dedicato alla Misericordia del Signore si aprirà il prossimo 8 Dicembre, ricorrenza dell’Immacolata. Il Papa ha dunque voluto far nascere questo Giubileo straordinario dalla figura della Madre di Dio, la Vergine nata senza il peccato originario – questo è infatti il significato dogmatico del ricorrenza – per legarlo alla forma della Misericordia mariana, quella della Madre Misericordiosa appunto. In questo Francesco I, ben distante dai conservatorismi di chi lo ha immediatamente preceduto, ribadisce invece, nel solco di Woytjla, quella «enfasi mariana» iniziata con il Papa che «veniva dal freddo», e che ora travasa direttamente nelle intenzioni di quello che «viene da lontano». Un nesso simbolico, come tutti quelli legati alla ritualità ecclesiale, che ci deve interrogare sul significato profondo di questa scelta, sul significato stesso della Misericordia, sia di quella del Salvatore, sia di quella di Maria, e dei suoi ascendenti nelle altre religioni monoteiste. In primis allora vale risalire all’etimos del termine italiano, che deriva dal latino misereor (ho pietà) e cor-cordis (cuore).

 

La Misericordia è dunque un atteggiamento etico-morale, cioè concreto nell’azione, che nasce dall’empatia tra esseri umani: inizia da un moto degli splanchna, le viscere e il cuore, organi dei sentimenti, ma viene «portato ad effetto» dalla volontà di tradurlo in un gesto conseguente. Prima ancora della parola di ascendenza latina però, troviamo lo stesso significato in ebraico, in cui il termine per Misericordia è khesed, che ha le sue radici nel concetto di «alleanza tra due parti» e nella conseguente solidarietà reciproca. Da questo si può capire anche il senso profondo della relazione tra il popolo ebraico ed il suo Dio, quell’alleanza appunto che li lega e che trasforma il Signore in un sodale del popolo eletto, mentre a sua volta esso deve onorare la divinità con i suoi sacrifici. E proprio in questo sta l’arcano della reciprocità, della reciproca Misericordia.

 

Alcune interpretazioni mistiche di scuola cabalistica, Giuseppe ben Mosho Alaskar ad esempio, sostengono che Dio non potrebbe sopravvivere senza le preghiere dei suoi fedeli. E ancora, «Dio è in virtù dell’ascolto che l’ebreo gli porge», afferma il Midrash su Isaia 43,12; Rabbi Shimon ben Iochai dice: «Se voi mi siete testimoni, io sono Dio, se voi non mi siete testimoni io non sono Dio». Analizzando l’intento di queste parole, la loro forza provocatrice, non vi è dubbio che si parli di uno spirito divino che esiste in quanto «curato» dalla Vita che ha oggettivato. Anche l’Islam, «figlio» dell’ebraismo e «fratello» del cristianesimo, è attraversato da una corrente, il sufismo, che possiamo considerare come la sua espressione mistica. I Sufi pensano che esista una «unità pensante» di tutte le cose, una sorta di Misericordia cosmica e che sia questa la «qualità» unificante dell’esistenza.

 

Arriviamo qui, allora, alla sottile differenza di sfere che esiste, nella religiosità cristiana, tra la Misericordia del Signore, ben illustrata nel Nuovo Testamento dalla parabola del Buon Samaritano (Luca 10, 37), e quella di Maria. Mentre la prima prende esattamente la forma della definizione che viene dall’etimologia latina, cioè quella di un gesto di condivisione attivo e volontario nei confronti di qualcuno che chiede aiuto – da cui la nascita delle varie Misericordie, confraternite o arciconfraternite dedite alle Opere di misericordia nei confronti dei più bisognosi, secondo un topos dell’ethos cristiano – la seconda, quella mariana, si estrinseca in un ambito molto più vasto, olistico potremmo dire, cioè di empatia immediata nei confronti di tutta la Creazione, essendo la Madre di Dio, da questo punto di vista, null’altri che l’ultima ipostasi della Grande Madre, della Pacha Mama americana, o quella che alle nostre latitudini fu un tempo la Potnia Mediterranea.

 

E infatti, se guardiamo alle rappresentazione iconografiche delle due Misericordie, che sono in realtà ovviamente forme complementari della stessa sostanza, vediamo che, mentre quella del Signore viene effigiata attraverso atti di carità verso i poveri, la Madonna della Misericordia, in particolare nell’iconografia dal XIII secolo, è invece rappresentata in piedi, nell’atto di accogliere sotto il suo ampio manto i fedeli o i religiosi a lei devoti, di solito inginocchiati in preghiera. È esattamente la stessa immagine della Grande Dea circondata da tutte le forme della Creazione che, secondo questa concezione della figura mariana, sono emanazioni del suo Essere, a partire da suo figlio. E dunque, il significato che il Papa attribuisce all’inizio dell’Anno Santo dedicato alla Misericordia nel giorno dell’Immacolata, ha certamente anche questo intento, per cui il gesto misericordioso acquisisce una trasparenza di significato molto più vasto, di alleanza tra l’umanità e tutto il resto della manifestazione, simboleggiato dalla figura di Maria-Gaia, la Madre di tutte le cose.

 

In un momento dell’umanità in cui le opposizioni culturali e religiose, insieme a quella fondamentale tra esseri umani e natura, mettono in pericolo tutte le forme di esistenza sul pianeta, possiamo capire allora il contesto ed il corrispondente significato simbolico sul quale Papa Francesco ha orientato la sua scelta.

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Una nuova partnership EU-Africa, da Il Manifesto 12-3-2015

L’eurozona in leggera ripresa economica, attivata sulle fragili basi di lavori precari, ripresa dei consumi in Germania e del basso prezzo del petrolio, non sembra al momento animata dalla volontà degli stati comunitari di rilanciare l’idea di una unione politica che sembra oramai perduta all’orizzonte della crescente rinazionalizzazione delle dinamiche comunitarie a guida tedesca. La situazione greca ne è un esempio lampante, in cui la vittoria di Syriza e le sue proposte di uscire da sinistra da una crisi che prima ancora che economica è sociale, sembrano non aver scalfito i dogmi monetaristi imperanti.

 

E dunque, stretta tra il declino politico economico degli Usa con le sue spinte identitarie anti russe, il montante protagonismo della Cina e degli altri BRICS, e l’arco delle crisi di matrice integralista che la attanagliano sulla sponda sud del Meditterraneo, l’Europa sembra non avere altro spazio di manovra che quello di diventare subalterna alla penetrazione delle merci e dei servizi d’oltre atlantico, negoziando con voce debolissima e opaca un trattato di libero scambio che si configura come un patto leonino. Eppure, se risaliamo ad una situazione per certi versi simile, la guerra fredda, ci accorgiamo che proprio la politica estera comunitaria può rappresentare una risposta organica sia alla crisi identitaria europea, sia a quella economica. Alla metà degli anni Settanta del secolo scorso, infatti, la contrapposizione tra i due blocchi era in equilibrio dinamico e la “vittoria” statunitense non era affatto scontata, anzi.

 

Basti ricordare alcuni episodi che determinarono, per un certo periodo, una oggettiva supremazia geopolitica sovietica: in rapida successione in quegli anni assistiamo alla vittoria del Fronte Sandinista in Nicaragua, all’entrata nel campo socialista delle ex colonie portoghesi, Angola, Mozambico, Guinea Bissau e Sao Tomè e Principe, alla sconfitta americana in Vietnam ed alla rivoluzione iraniana. È in questa temperie che l’allora Commissario all’agricoltura Edgard Pisani, francese, produce sotto suggerimento del socialista Delors, capo della Commissione, un memorandum su un possibile accordo di cooperazione commerciale tra l’insieme delle nazioni europee e quelle di Africa, isole caraibiche ed alcune del Pacifico: nasce da quel memorandum la Convenzione di Lomè, il più importante accordo commerciale e di cooperazione allo sviluppo tra l’allora nella CEE e l’insieme dei Paesi africani esclusa l’allora razzista Repubblica Sud Africana. Senza entrare nel funzionamento della Convenzione, che ebbe vita sino alla fine del secolo, e senza altrettanto evidenziarne i limiti e le critiche che pure ci sono state ed hanno pesato nella valutazione dei venticinque anni di collaborazione, resta però un fatto politico incontrovertibile, e cioè l’intuizione che sottintendeva quell’accordo, il suo spirito.

 

L’idea di Delors e Pisani era semplice: se vogliamo fare l’Europa politica dobbiamo cominciare dal mettere in comune le politiche estere dei suoi componenti, e farlo attraverso una grande accordo di cooperazione economica che possa diventare un vero e proprio modello di cooperazione allo sviluppo. Ovviamente il continente di riferimento non poteva essere che l’Africa, storicamente vincolata all’Europa dal comune passato coloniale, ma, almeno allora, ancora speranzosa di una avvenire di prosperità. Mettendo in comune una parte rilevante delle politiche commerciali comunitarie, così pensavano Delors e Pisani, si sarebbero ben presto visti i vantaggi della cessione di sovranità e si sarebbe così cominciato a mettere in comune anche gradienti crescenti di politiche interne. In altre parole il punto di partenza per la costruzione dell’Europa politica negli anni della guerra fredda era la politica estera. Ed infatti, almeno sino alla metà degli anni Novanta, l’Europa di Lomè riuscì a costituirsi come “terzo polo” tra USA ed URSS, proprio attraverso questo accordo di partenariato, cioè di pari dignità, con l’insieme del continente africano. Basti pensare che , allora, a queste azioni di sviluppo del commercio fu dedicato un Fondo apposito, il FED (Fondo Europe di Sviluppo) e che all’interno della cornice di Lomè venne inaugurata la cosiddetta “cooperazione decentrata” cioè quella tra società civili del Nord e del Sud. La ratio di Lomè era semplice: aiutare l’Africa a strutturarsi commercialmente sostenendone non solo l’infrastrutturazione importando in esenziona di dogana i suoi prodotti di base, ma anche alimentandone attivamente i processi di partecipazione democratica.

 

Tutto questo, non a caso, finisce con la nascita del WTO, dopo la vittoria americana nella guerra fredda, che dichiara Lomè “distorsiva della libera concorrenza” ed unque pone fine ad un sistema di sostegno attivo alle deboli economia africane risucchiandole nel vortice della competizione mondiale. E però, mutatis mutandis, il principio della politica estera come specchio di quella interna, rimane sempre valido; da questo il ruolo capitale che l’Alto Rappresentante potrebbe giocare se si volesse riprendere il cammino verso una Europa politica a partire dalle sfide che immediatamente, cioè senza mediazione, spettano e riguardano l’identità europea: il conflitto tra Israele e lo Stato Palestinese, a partire dal suo immediato riconoscimento, il rilancio dell’iniziativa euro mediterranea per riequilibrare lo strapotere dell’Europa “del burro” con quella “dell’olio”, un rilancio complessivo delle azioni di cooperazione verso il continente africano e la zona medio orientale a sostegno delle società civili e dei processi di democratizzazione che né la Cina né gli Usa hanno in agenda. Federica Mogherini sappia che, se volesse almeno provarci, non è sola. Non ci sono solo gli egoismi nazionali ma anche i milioni di cittadini europei che vogliono una cambio di passo perché, come Delors, sanno bene che la solidarietà internazionale è lo specchio di quella continentale.

Raffaele K Salinari

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Bute l’Argonauta, o del tuffo verso le sirene: perché Bute si tuffa e Ulisse no?

https://www.youtube.com/watch?v=JxJBEOgy2og&feature=youtu.be

 

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Video presentazione del libro L’Altalena, Milano 11-2-2105

https://www.youtube.com/watch?v=3E28rROxe8k&feature=share

Oltre Triton, da Il Manifesto 12-2-2015

I 330 morti al largo delle coste libiche serveranno a fermare l’inutile missione Triton? L’operazione «non è all’altezza dei compiti che deve svolgere» ha dichiarato il Commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, aggiungendo che «la tragedia consumatasi nel Mediterraneo è un’altra sciagura che poteva essere evitata. L’Europa ha bisogno di un sistema di ricerca e salvataggio efficace». Torna drammaticamente alla ribalta dunque la chiusura dell’operazione Mare Nostrum che, con i suoi limiti, aveva comunque salvato migliaia di vite umane, come ha anche sottolineato Muiznieks affermando che l’Unione europea dovrebbe prenderla come esempio. Ma il Commissario non si è limitato a questo, ha anche voluto sottolineare come l’Europa dovrebbe cambiare approccio, «dando maggiore peso ai diritti umani, e non solo alla sicurezza», diversificando ed aumentando le vie legali cui le persone possono ricorrere per arrivare sul continente e chiedere asilo. La gestione dei flussi migratori è però solo uno degli aspetti di un quadro molto più complesso ed integrato composto da diversi tasselli: l’arco di crisi che abbraccia l’Europa dalla crisi ucraina sino alle guerre in medio oriente e nel nord Africa, include tra le sue cause il progressivo deterioramento delle politiche di aiuto alla sviluppo di matrice comunitaria, oramai ridotte ad un misero 0,3 % del bilancio UE, all’interno del quale spicca la maglia nera italiana con uno 0,2. A questo proposito c’è un passaggio poco commentato del discorso di investitura del nuovo Capo dello Stato che, invece, in controtendenza con il disimpegno in questo settore, cita testualmente la cooperazione ed i cooperanti come risorsa fondamentale per una rilancio del ruolo nazionale in Europa e nel mondo: «L’affermazione dei diritti di cittadinanza rappresenta il consolidamento del grande spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia. Le guerre, gli attentati, le persecuzioni politiche, etniche e religiose, la miseria e le carestie generano ingenti masse di profughi. Milioni di individui e famiglie in fuga dalle proprie case che cercano salvezza e futuro proprio nell’Europa del diritto e della democrazia. È questa un’emergenza umanitaria, grave e dolorosa, che deve vedere l’Unione Europea più attenta, impegnata e solidale. L’Italia ha fatto e sta facendo bene la sua parte e siamo grati a tutti i nostri operatori, ai vari livelli, per l’impegno generoso con cui fronteggiano questo drammatico esodo. A livello internazionale la meritoria e indispensabile azione di mantenimento della pace, che vede impegnati i nostri militari in tante missioni, deve essere consolidata con un’azione di ricostruzione politica, economica, sociale e culturale, senza la quale ogni sforzo è destinato a vanificarsi… Desidero rivolgere un pensiero ai civili impegnati, in zone spesso rischiose, nella preziosa opera di cooperazione e di aiuto allo sviluppo». Ecco allora, nelle parole del Capo dello Stato, la necessità programmatica di rilanciare un settore della politica estera che va rafforzato con convinzione e soprattutto con iniezioni di fondi all’altezza del ruolo che dovrebbe svolgere il nostro Paese. Noi auspichiamo certamente la ripresa di Mare Nostrum, l’apertura di corridoi umanitari che possano assicurare ai profughi una trasbordo sicuro dalle coste martoriare del nord Africa ai porti del Mediterraneo dove un sistema di accoglienza basato sul Diritto internazionale dei Diritti umani e di Asilo possa assicurare loro ciò che meritano. Ma questo quadro sarebbe monco se non si combinasse con una decisa ripresa delle azioni diplomatiche volte a ristabilire la pace nelle zone di guerra guerreggiata, ed anche di quelle a sostegno delle fragili pratiche di democrazia locali che comunque in questi Paesi ci sono e vivono anche di partenariato con la società civile europea. Per queste azioni c’è bisogni di fondi pubblici, di un rinnovato impegno politico degli Stati e Governi dei Paesi industrializzati, specie europei, che devono trovare le risorse per portare il loro Aiuto Pubblico allo Sviluppo alle percentuale concordate in sede di Nazioni Unite, cioè almeno allo 0,7 %, meno di un quarto di ciò che si spende correntemente per gli armamenti. Solo con queste modalità combinate il Mediterraneo potrà tornare ad essere realmente un Mare Nostrum cioè di tutti quelli che lo solcano in pace, senza diventate una tomba per molti di loro. newsPhoto_8885

intervista a “Il lupo ed il contadino” 10-2-2015

http://www.spreaker.com/user/radiohirundo/lc-laltalena-e-il-mondo-dei-simboli